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vendredi 19 janvier 2018

Marche pour la vie 2018

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Tommaso Moro: un vero christianus catholicus del suo tempo - CR - Agenzia di informazione settimanale

Tommaso Moro: un vero christianus catholicus del suo tempo - CR - Agenzia di informazione settimanale

Tommaso Moro: un vero christianus catholicus del suo tempo

(di Cristina Siccardi) Dopo san Giovanni Battista e san Giovanni Fisher, il terzo santo indicato a modello nella Professione delle verità immutabili riguardo al matrimonio sacramentale dei vescovi Tomasz Peta, Jan Pawel Lenga, Athanasius Schneider, è Thomas More (1478-1535), una personalità di grande levatura intellettuale e morale, che ha percorso un cammino di Fede e di apologetica capace di condurlo alla suprema testimonianza.

Quando ancora godeva del pieno favore di Re Enrico VIII, iniziò un trattato su morte, giudizio, Inferno, Paradiso dal titolo De novissima. L'opera espone dettagliatamente una decisione che l'autore registrò in margine al suo libro d'ore: «To make death no stranger to me» («Far in modo che la morte non mi sia straniera») e per il suo epitaffio, che stilò all'indomani delle sue dimissioni, scrisse: «Perch'io non tremi quando la morte s'avvicina, ma l'accolga gentilmente per amore del Cristo, fiducioso che per lui non sarà vera morte, ma la porta di una vita più felice».

Pur non essendo un santo popolare, l'avvocato londinese More, gran cancelliere d'Inghilterra, amico di Erasmo da Rotterdam, autore de L'Utopia, che versò il proprio sangue per l'unità romana della Chiesa contro le velleità divorziste di Enrico VIII, è una celebrità mondiale. Canonizzato nel 1935 da Pio XI insieme all'amico Cardinale John Fisher, vescovo di Rochester, decapitato quindici giorni prima di More, nel 2000 venne dichiarato patrono degli statisti e dei politici cattolici da Giovanni Paolo II.

Egli incarna la difesa della Chiesa di Cristo e di San Pietro contro Lutero prima e contro Enrico VIII dopo. Fin dal principio giudicò eretica la Rivoluzione (impropriamente detta Riforma) Protestante, vista come una minaccia all'unità sia della cristianità, sia della società civile. Fra le sue prime azioni contro il Luteranesimo ci fu il sostegno offerto al Cardinale Thomas Wolsey nel prevenire l'importazione in Inghilterra dei libri di Lutero. Fece spiare sospetti protestanti, specialmente editori, e arrestare chiunque possedesse, trasportasse o facesse commercio di libri riguardanti la "Riforma".

Ostacolò vigorosamente tutti i ministri di culto che operavano nel Paese e che usavano la traduzione in inglese del Nuovo Testamento realizzata dallo studioso protestante William Tyndale (la cosiddetta Bibbia Tyndale), contenente traduzioni ambigue dei termini; per esempio, Tyndale utilizzava senior e non sacerdote, là dove era presente la parola greca presbyteros.

Ammesso al foro nel 1501, dotato di una prodigiosa capacità lavorativa, More unisce alla carriera di studente e poi di avvocato la frequentazione della letteratura greco-latina e dei Padri della Chiesa. Erasmo da Rotterdam trova in lui un amico, nonostante le profonde differenze fra il suo «cristianesimo critico» e il duplice impegno, politico e polemico-apologetico per la causa cattolica, dell'avvocato di Londra.

Erasmo gli dedica l'Elogio alla follia, ma poi le relazioni fra i due si deterioreranno: More impegnato nella difesa della dottrina cattolica, Erasmo nella denuncia di quelli che lui considererà errori del Cattolicesimo romano. Ma la «follia» per Cristo avanza sul serio nella vita di Thomas. Medita persino di prendere i voti religiosi. È attratto soprattutto dalla spiritualità dei Frati minori e per tale ragione si stabilisce nella Certosa di Londra, dove prega, digiuna, usa il cilicio e la disciplina.

Sceglie comunque la vita matrimoniale, che tuttavia condurrà in maniera monastica: lettura delle Sacre Scritture prima dei pasti; lunghi benedicite; orazioni della sera che si concludono con il De Profundis e il Salve Regina. Spiritualmente più monaco dell'ex monaco Erasmo, egli serve Dio da miles christianus in tutta una serie di compiti secolari. Rappresenta la città di Londra al Parlamento e nel 1523 la Camera dei Comuni lo sceglie come speaker.

Dal 1510 al 1518 è under-sheriff, ossia giudice nelle cause civili della capitale, che conquista a sé grazie alla sua imparzialità, al suo zelo cristiano e alla sua carità. Si trova al Campo del Drappo d'oro, nella vasta piana della Fiandre fra Ardres e Guînes, con Enrico VIII, l'intera corte d'Inghilterra e della Francia di Francesco I, quando, nel giugno del 1520, appare l'appello di Lutero Alla nobiltà cristiana della nazione tedesca. Poi arriva il De captivitate babilonica Ecclesiae praeludium dell'eresiarca, opera confutata da Enrico VIII con l'Assertio septem sacramentorum del luglio 1521, compilata con l'assistenza del Vescovo John Fisher e dello stesso More.

Lutero replica con il Contra Henricum, scritto virulento e grossolano, e More pubblica di rimando, con lo pseudonimo di Guglielmus Rosseus, una Responsio ad Lutherum. Non pago di difendere i sacramenti punto per punto, incentra la sua attenzione sull'Istituto Sacro e Universale della Chiesa, segno visibile ed efficace della grazia perenne che la presenza dello Spirito Santo infonde nel corpo mistico di Cristo.

Alla formula Scriptura sola degli innovatori, egli contrappone la risposta data da Sant'Agostino ai manichei: «Quanto a me, non crederei nel Vangelo se non fossi mosso a farlo dall'autorità della Chiesa cattolica». Fissando il canone delle Scritture, è stata la Chiesa a scegliere fra il rivelato e l'apocrifo, perciò la Chiesa di Roma rimane l'arbitra per eccellenza, che trasmette il significato autentico della Scrittura, animata com'è dallo Spirito Santo, che ispirò gli scrittori sacri.

Difende, contro gli assalti di Lutero, le pratiche della religione popolare, il culto dei Santi, delle immagini, delle reliquie, dei pellegrinaggi, tutto quello, insomma, che appartiene alla Tradizione della Chiesa, perché ciò che è stato vissuto dall'intera cristianità a Oriente e a Occidente, approvato dai Papi, dai concili, dai Dottori e dai Santi da più di mille anni non può costituire un pericolo per la salvezza. Di fronte alle piaghe della cristianità, i protestanti ridefiniscono la Chiesa come una società di eletti che Dio solo conosce e allora More protesta contro questa «utopia»: dove andremo se Cristo ci ordina di far ricorso alla Chiesa? (cfr. Mt 18, 17).

 Polemista temibile, non si accontenta di somministrare l'antidoto al veleno che l'eresia ha distillato nelle anime, ma si fa consolatore e catechista. Non pretende di essere originale (è la Chiesa di Roma la protagonista non se stesso), per lui è essenziale muoversi in medio Ecclesiae: è ape operosa dell'alveare Chiesa. Saccheggia i due Testamenti e i Salmi, che conosce tutti a memoria; profitta delle edizioni erasmiane per studiare i Padri della Chiesa nel testo originale; frequenta amabilmente San Bernardo e Tommaso da Kempis. Lui, borghese sposato, è più clericale dei suoi amici teologi Erasmo e John Colet. Così, ai suoi occhi, la frase evangelica «Voi siete il sale della terra […] Voi siete la luce del mondo (Mt 5, 13-14) non riguarda tutti i battezzati, ma direttamente il clero».

Crede ai Novissimi e crede al Purgatorio, contro il quale si scagliano i riformatori. Alla sua pietà non può mancare la Vergine Santissima, a differenza della "Riforma". Alle mogli dei rivoluzionari tedeschi e di Lutero stesso – in genere monache di clausura che hanno lasciato il velo – egli oppone le Sante della Chiesa, che con l'azione e con i loro scritti hanno segnato i secoli del Cattolicesimo: Ildegarda di Bingen, Brigida di Svezia, Caterina da Siena.

Fisher e More, amici in Cristo, subiscono lo stesso destino e la loro ferma opposizione a Lutero prima e alle scelte divorziste di Enrico VIII dopo, ne fa dei confessori della Fede. Poiché respingono l'atto con cui il Parlamento dichiara falsamente che la regina Caterina non è moglie, ma concubina, essi vengono perseguiti per alto tradimento dalla "giustizia" inglese e incarati il 17 aprile 1534 nella Torre di Londra, dove ha inizio un intenso carteggio fra di loro, ma ad un certo punto, per far cadere in trappola l'avvocato More gli viene detto che Fisher ha finalmente aperto gli occhi ed è pronto, come tutto il Regno, a prestare giuramento al supremo Capo della Chiesa, Enrico VIII.

Il dolore è immenso per l'ignaro More, tuttavia continua ad affermare l'autonomia della sua coscienza. Non tradirà il Vangelo. Scrive all'amata figlia Margareth: «In verità, Meg, grazie a Dio io non intendo inchiavardare la mia anima sulle spalle di un qualunque uomo, foss'anche il migliore che conosco fra quelli ancor oggi in vita, perché non so dove potrebbe portarla».

 Ha pregato, ha studiato, ha meditato prima di rifiutare il giuramento, prevedendo il peggio, ma «la mia coscienza è tanto chiara che trasalisco di gioia […]. Non faccio niente di male. Non dico niente di male. Non penso niente di male. E se questo non basta a che un uomo abbia il diritto di vivere, in fede mia, non ci tengo a vivere».

Il migliore specchio dell'anima di More, durante i quindici mesi di permanenza nella Torre, si profila proprio nelle lettere. Dà appuntamento in Cielo ai suoi familiari, ma anche ai suoi giudici: in Paradiso, dice, san Paolo e santo Stefano sono buoni amici, anche se il fariseo, prima della conversione, approvò la lapidazione del diacono. Una preghiera autografa, in margine al suo libro d'ore, riflette l'anelito alla santità: si considera un'apprendista nell'arte di amare Dio e chiede la grazia di applicarsi attivamente perché perdere tutto, vita compresa, non è sufficiente «for the winning Christ» («per guadagnare Cristo»).

Il freddo umido della cella, i continui crampi, l'angina pectoris si sommano al dispiacere del tradimento della Fede del Re e all'incomprensione di chi condivideva i suoi giorni. Ultimato, nella Torre, il Dialogo del conforto nelle tribolazioni, dedica la sua ultima opera alla Passione di Cristo. Il 1° luglio 1535, mentre viene portato dal tribunale alla Torre per attendere il supplizio dei "traditori", Meg lo attende lungo il tragitto per riceverne la benedizione e, attraverso il cordone degli alabardieri, gettarsi al suo collo.

Nella lettera di addio del 5 luglio, vigilia del giorno del supplizio, fra due liste di commissioni da svolgere in suo nome, egli si rallegra con lei: «Non ho mai amato di più il tuo comportamento nei miei confronti di quando mi hai abbracciato per l'ultima volta, perché mi piace che l'amore filiale e la carità non si curino delle usanze mondane».

Meg, la migliore confidente del martire, assistette all'esecuzione, ottenne il permesso di preparare il corpo prima che fosse trasportato nella fossa comune della Torre e quindici giorni dopo, con il pagamento di un riscatto, convinse un ufficiale a lasciar cadere nel suo grembiule la testa esposta (sostituendo quella del Cardinale Fisher, gettata nel Tamigi) su di una picca, per un mese, sul London Bridge. Conservò una vertebra cervicale staccata dalla scure del boia e custodì, a suo rischio e pericolo, gli scritti della prigionia, altre reliquie delle ossa e il cilicio per testimoniare, anche ai posteri, che Thomas More era morto come Christianus catholicus. (Cristina Siccardi)

Il minimalismo, malattia del cattolicesimo contemporaneo - CR - Agenzia di informazione settimanale

Il minimalismo, malattia del cattolicesimo contemporaneo - CR - Agenzia di informazione settimanale

Il minimalismo, malattia del cattolicesimo contemporaneo

(di Roberto de Mattei) In questi giorni scorrono in Italia sul web due video che fanno riflettere. Il primo riproduce le parole pronunciate durante la Messa di mezzanotte di Natale, da don Fredo Olivero, rettore della chiesa di san Rocco a TorinoSapete perché non dico il Credo? Perché non ci credo». Tra le risate dei fedeli, il sacerdote continua: «Se qualcuno lo capisce…, ma io dopo tanti anni ho capito che era una cosa che non capivo e che non potevo accettare. Cantiamo qualche cos'altro che dica le cose essenziali della fede». Il sacerdote ha quindi sostituito il Credo con il canto gospel Dolce sentire del film Fratello sole sorella luna.

Il Credo riassume gli articoli della fede cattolica. Negare uno solo di questi articoli costituisce un'eresia. Negare il Credo, in blocco, costituisce un atto di pubblica apostasia. E negarlo nel momento sacro della Messa costituisce un intollerabile scandalo.

La rimozione, la sospensione a divinis, la scomunica del sacerdote avrebbe dovuto essere immediata. Niente di tutto questo è accaduto. Mentre i media rimbalzavano l'incredibile notizia, l'unica voce di reazione ecclesiastica è venuta dall'altro capo dì Italia, in Sicilia, dove don Salvatore Priola, parroco e rettore del Santuario Mariano di Altavilla Milicia ha espresso in un'omelia la sua indignazione contro le parole del prete piemontese, esortando i suoi fedeli, ed ogni battezzato, a reagire pubblicamente di fronte a scandali di questo tipo.

Un video riporta le sue appassionate parole: «Fratelli e sorelle – ha detto – quando sentite un prete dire cose che sono contrarie alla fede cattolica, dovete avere il coraggio di alzarvi e dirlo al prete, anche durante la Messa: questo non le è consentito! E' tempo di mettersi in piedi quando sentite dire cose che sono contrarie al nostro credo. Anche se le dice un vescovo, anche se le dice un prete. Mettetevi in piedi e ditelo: Padre, Eccellenza, non le è consentito. Perché c'è un Vangelo: Perché siamo tutti sotto il Vangelo, dal Papa a scendere. Siamo tutti sotto il Vangelo».

Le due opposte omelie impongono alcune considerazioni. Se un sacerdote giunge a rinnegare il Credo cattolico dall'altare, senza incorrere nelle sanzioni dell'autorità ecclesiastica, ci troviamo realmente di fronte ad una situazione di crisi nella Chiesa, di gravità inaudita. Tanto più che il caso di don Frido Olivero non è isolato. Migliaia di sacerdoti nel mondo la pensano allo stesso modo e si comportano di conseguenza. Ciò che invece appare come un caso fuori del comune, e che perciò merita tutto l'apprezzamento dei veri cattolici, è l'invito del parroco siciliano a levarsi in piedi in chiesa per ammonire pubblicamente un sacerdote, e perfino un vescovo, che dia scandalo. Questa pubblica correzione non solo è lecita, ma può essere talvolta un dovere.

 E' un punto che va sottolineato. La vera causa della crisi attuale non sta tanto nella arroganza di chi ha perso la fede, ma nella debolezza di chi, conservandola, preferisce tacere, piuttosto che difenderla pubblicamente. Questo minimalismo costituisce la malattia spirituale e morale contemporanea. Per molti cattolici l'opposizione agli errori non andrebbe fatta, perché è sufficiente "comportarsi bene", oppure la resistenza dovrebbe essere ridotta alla difesa degli assoluti morali negativi, cioè a quelle norme che proibiscono sempre e in ogni caso determinati comportamenti contrari alla legge naturale e divina.

Ciò è sacrosanto, ma non dobbiamo dimenticare che non esistono solo precetti negativi che ci dicono quello che non si può mai fare, esistono anche precetti positivi che ci dicono quello che si deve fare, quali sono le opere e gli atteggiamenti che piacciono a Dio e con cui possiamo amare il prossimo. Mentre i precetti negativi (non uccidere, non rubare, non commettere atti impuri) sono formulati in termini concreti perché vietano una specifica azione sempre e in ogni luogo, senza eccezioni, i precetti positivi (la preghiera, il sacrificio, l'amore alla Croce) sono indeterminati, perché non possono stabilire ciò che si deve fare in ogni circostanza, ma obbligano anch'essi, a seconda delle situazioni.

I modernisti estendono indebitamente la "morale della situazione" dai precetti positivi a quelli negativi, in nome dell'amor di Dio, dimenticando che amare significa osservare la legge morale, perché Gesù ha detto: «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama» (Gv 14,21). I conservatori, da parte loro, si attestano spesso su posizioni di minimalismo morale, dimenticando che un cattolico deve amare Dio con tutto il cuore, la mente, l'anima e tutte le forze (Mt 22, 35-38; Mc 12, 28-30).

Per questo san Tommaso d'Aquino spiega che tutti siamo obbligati non solo al bene, ma al bene migliore, non nel piano dell'azione, ma in quello dell'amore (In Evang. Matth.,19, 12).  

La prima verità morale è l'amore. L'uomo deve amare Dio al di sopra di tutte le creature e amare le creature secondo l'ordine stabilito da Dio. Vi sono atti negativi che non si possono mai compiere, in nessuna circostanza. Ma vi sono atti positivi che, in determinate circostanze, è obbligatorio compiere. Questo dovere morale non ha il suo fondamento in un precetto negativo, ma nell'amore di Dio.

I precetti hanno dunque un limite inferiore: ciò che non si può fare, ma non hanno un limite superiore perché l'amore a Dio e al prossimo non ha confini e noi siamo perfetti in misura del nostro amore. Giovanni Paolo II lo spiega nel n. 52 della Veritatis Splendor.

«Il fatto che solo i comandamenti negativi obbligano sempre e in ogni circostanza, non significa che nella vita morale le proibizioni siano più importanti dell'impegno a fare il bene indicato dai comandamenti positivi. Il motivo è piuttosto il seguente: il comandamento dell'amore di Dio e del prossimo non ha nella sua dinamica positiva nessun limite superiore, bensì ha un limite inferiore, scendendo sotto il quale si viola il comandamento. Inoltre, ciò che si deve fare in una determinata situazione dipende dalle circostanze, che non si possono tutte quante prevedere in anticipo».

Alla teoria del "male minore" dobbiamo contrapporre quella del "bene migliore". Sul piano dell'azione, il bene non si può determinare a priori, perché sono tante, incerte e indeterminate, le azioni buone che potremmo compiere. Ma se il bene migliore si presenta alla nostra coscienza come chiaro, ben definito e tale da poter essere compiuto hic et nunc, la negligenza è colpevole: abbiamo l'obbligo morale di compierlo.

Il precetto della correzione fraterna è tra i precetti morali positivi. Non si è sempre tenuti a farla, e non lo si può esigere come un dovere dagli altri, ma ognuno di noi deve sentirsi impegnato a reagire, di fronte a negazioni pubbliche della verità cattolica. Chi ama veramente Dio deve seguire l'esempio di Eusebio, il laico successivamente vescovo, che, nel 423, si levò pubblicamente contro Nestorio che negava la Maternità Divina.

 L'esortazione di don Salvatore Priola a levarsi in piedi quando sentiamo dire cose contrarie alla fede cattolica è l'invito a manifestare il nostro massimalismo nell'amore a Dio e a non porre la fiaccola della nostra fede sotto il moggio, ma a metterla sul lucerniere, illuminando col nostro esempio l'oscurità dei nostri tempi (Mc 4, 21, 25). (Roberto de Mattei)

El minimalismo, enfermedad del catolicismo contemporáneo

El minimalismo, enfermedad del catolicismo contemporáneo

El minimalismo, enfermedad del catolicismo contemporáneo

Estos últimos días circulan por Italia dos videos de internet que motivan a reflexionar. El primero recoge las palabras pronunciadas durante la Misa del Gallo por el P. Fredo Olivero, a cargo de la iglesia de san Roque en Turín:«¿Sabéis por qué no rezo el Credo? ¡Porque no me lo creo!» Entre las carcajadas de los fieles, el sacerdote continúa: «Si alguno lo entiende…, pero después de tantos años he comprendido que era algo que no entendía y no podía aceptar. Cantemos alguna otra cosa que hable de lo esencial de la fe». Entonces, en lugar de la profesión de fe, el sacerdote se ha puesto a entonar Dolce sentire, de la película Hermano Sol, hermana Luna.

El Credo compendia los artículos de la fe católica. Negar uno solo de dichos artículos constituye herejía. Negar el Credo en su totalidad es un acto de apostasía pública. Y negarlo en el momento sagrado de la Misa supone un escándalo intolerable.

La destitución, suspensión a divinis y excomunión del sacerdote deberían haber sido inmediatas. Ninguna de las tres ha tenido lugar. Mientras los medios de difusión divulgaban la increíble noticia, la única voz eclesiástica que ha reaccionado provenía del otro extremo de Italia, en Sicilia, donde el P. Salvatore Priola, párroco y rector del Santuario Mariano de Altavilla Milicia, expresó en una homilía su indignación por las palabras del sacerdote piamontés, y exhortó a sus fieles, y a todos los bautizados, a reaccionar públicamente ante escándalos semejantes.

Un video recoge sus apasionadas palabras: «Hermanos –dijo–, cuando oigáis a un sacerdote decir algo contrario a la fe católica, debéis tener el valor de poneros en pie y decírselo, incluso en plena Misa: ¡no le está permitido! Cuando oigáis cosas contrarias a nuestro Credo, es hora de ponerse de pie. Aunque las diga un obispo o un sacerdote. Levantaos y decídselo: Padre, o Excelencia, no está permitido. Porque hay un Evangelio.: Porque todos estamos obligados por el Evangelio, desde el Papa para abajo. Todos estamos sometidos al Evangelio».

Estas antitéticas homilías imponen algunas consideraciones. Si un sacerdote llega a renegar del Credo católico ante el altar sin incurrir por en sanciones por parte de las autoridades eclesiásticas, nos encontramos verdaderamente en una situación de crisis en el seno de la Iglesia, y de una gravedad inaudita. Tanto que el del P. Frido Olivero no es un caso aislado. Hay millares de sacerdotes en el mundo que piensan igual y obran en consecuencia. Lo que por el contrario parece un caso fuera de lo común, y por tanto merece todo el aprecio de los verdaderos católicos, es la invitación del párroco siciliano a ponerse en pie en la iglesia para amonestar públicamente a un sacerdote, e incluso un obispo, que sea causa de escándalo. Tal corrección pública no sólo es lícita, sino que a veces puede hasta ser un deber.

Es un punto que conviene destacar. La verdadera causa de la crisis actual no radica tanto en la arrogancia de quien ha perdido la fe, sino en la debilidad de quien conservándola prefiere callar a defenderla en público. Este minimalismo es la enfermedad espiritual y moral contemporánea. Para muchos católicos, no hay que enfrentarse a los errores; basta con portarse bien, o sea, que la resistencia debería reducirse a la defensa de los absolutos morales negativos, es decir a las normas que prohíben siempre y sin excepción determinados comportamientos contrarios a la ley natural y divina.

Esto es sacrosanto, pero no debemos olvidar que no sólo existen preceptos negativos que nos dicen lo que nunca se debe hacer; hay también preceptos positivos que nos dicen lo que se debe hacer, cuáles son las obras y actitudes que agradan a Dios y con las que podemos amar al prójimo. Mientras que los preceptos negativos (no matarás, no hurtarás, no cometerás actos impuros) se expresan en términos concretos porque prohíben acciones concretas siempre y en todo lugar, sin excepción, los preceptos positivos (la oración, el sacrificio, el amor a la Cruz) son indeterminados, porque no es posible establecer lo que se debe hacer en toda circunstancia, pero igualmente obligan, dependiendo de las situaciones.

Los modernistas extienden indebidamente la «moral de situación» de los preceptos positivos a los negativos, en nombre del amor de Dios, olvidando que amar significa observar la ley moral, porque Jesús dijo: «El que recibe mis preceptos y los guarda, ése es el que me ama» (Jn. 14,21). Los conservadores, por su parte, adoptan con frecuencia posturas de minimalismo moral, olvidando que el católico debe amar a Dios con todo el corazón, la mente y el alma y con todas sus fuerzas (Mt. 22, 35-38; Mc.12, 28-30).

Por esta razón explica Santo Tomás de Aquino que todos estamos obligados, no sólo al bien, sino al bien mejor; no en el plano de la acción, sino en el del amor (In Evang. Matth.,19, 12).

La primera verdad moral es el amor. El hombre debe amar a Dios sobre todas las criaturas y amar las criaturas según el orden establecido por Dios. Hay actos negativos que jamás se deben realizar, en ninguna circunstancia. Pero hay también actos positivos que, en determinadas circunstancias, es obligatorio realizar. Este deber moral no se basa en un precepto negativo, sino en el amor de Dios.

Los preceptos tienen, pues, un límite inferior: lo que no se puede hacer. Pero no tienen un límite superior, porque el amor a Dios y al prójimo no tiene límites y somos perfectos según la medida de nuestro amor. Juan Pablo II lo explica en el nº 52 de Veritatis Splendor.

«El hecho de que solamente los mandamientos negativos obliguen siempre y en toda circunstancia, no significa que en la vida moral las prohibiciones sean más importantes que el compromiso de hacer el bien como indican los mandamientos positivos. La razón es, más bien, la siguiente: el mandamiento del amor a Dios y al prójimo no tiene en su dinámica positiva ningún límite superior, sino más bien un inferior, por debajo del cual se viola el mandamiento. Además, lo que se debe hacer en una determinada situación depende de las circunstancias, las cuales no se pueden prever todas con antelación».

A la teoría del mal menor debemos contraponer la del bien mayor". En el plano de la acción, no es posible determinar el bien a priori, porque las buenas acciones que podemos realizar son muchas, inciertas e indeterminadas. Pero si el bien mayor se nos presenta a la conciencia como algo claro, bien definido y posible de realizarse en el momento, la negligencia es culpable: tenemos la obligación moral de hacerlo.

El precepto de la corrección fraterna es un precepto moral positivo. No siempre se está obligado a realizarla, y tampoco se le puede exigir a otros como un deber, pero todos debemos sentirnos en el deber de reaccionar ante las negaciones públicas de la verdad católica. Quien ama verdaderamente a Dios debe imitar el ejemplo de Eusebio, laico y más tarde obispo, que en 423 se alzó públicamente contra Nestorio, el cual negaba la Maternidad Divina.

La exhortación del P. Salvatore Priola a ponerse de pie y reaccionar cuando oigamos algo contrario a la fe católica es una invitación a manifestar el maximalismo en el amor a Dios y no colocar bajo el celemín la llama de nuestra fe, sino en el candelero, iluminando con nuestro ejemplo la oscuridad de los tiempos que vivimos (Mc. 4, 21, 25).

Roberto de Mattei

(Traducido por J.E.F)

Roberto de Mattei enseña Historia Moderna e Historia del Cristianismo en la Universidad Europea de Roma, en la que dirige el área de Ciencias Históricas. Es Presidente de la "Fondazione Lepanto" (http://www.fondazionelepanto.org/); miembro de los Consejos Directivos del "Instituto Histórico Italiano para la Edad Moderna y Contemporánea" y de la "Sociedad Geográfica Italiana". De 2003 a 2011 ha ocupado el cargo de vice-Presidente del "Consejo Nacional de Investigaciones" italiano, con delega para las áreas de Ciencias Humanas. Entre 2002 y 2006 fue Consejero para los asuntos internacionales del Gobierno de Italia. Y, entre 2005 y 2011, fue también miembro del "Board of Guarantees della Italian Academy" de la Columbia University de Nueva York. Dirige las revistas "Radici Cristiane" (http://www.radicicristiane.it/) y "Nova Historia", y la Agencia de Información "Corrispondenza Romana" (http://www.corrispondenzaromana.it/). Es autor de muchas obras traducidas a varios idiomas, entre las que recordamos las últimas:La dittatura del relativismo traducido al portugués, polaco y francés), La Turchia in Europa. Beneficio o catastrofe? (traducido al inglés, alemán y polaco), Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta (traducido al alemán, portugués y próximamente también al español) y Apologia della tradizione.

jeudi 18 janvier 2018

Mgr Victor Manuel Fernandez : attaque contre le cardinal Müller

Mgr Victor Manuel Fernandez : attaque contre le cardinal Müller

Mgr Victor « Tucho » Manuel Fernandez, inspirateur d'"Amoris laetitia", lance une attaque contre le cardinal Müller et le cardinal Sarah

Mgr Victor Manuel Fernandez attaque cardinal Müller Amoris laetitia
 
Très proche du souverain pontife, Mgr Victor Manuel Fernandez vient de publier une tribune dans le journal argentin La Nacion pour dénoncer l'attitude du cardinal Sarah et du cardinal Müller qui agissent, selon lui, comme si François n'était pas pape. Recteur de l'université catholique d'Argentine, archevêque « ad personam » par la grâce du pape François, auteur d'un livre sur le baiser intitulé Guéris-moi avec ta bouche, celui qu'on appelle familièrement « Tucho » Fernandez a fortement influencé la rédaction d'Amoris laetitia comme le montre la conformité de ses écrits antérieurs avec les passages les plus controversés de l'exhortation. Il est à 100 % derrière les nouveautés du pape François. En s'en prenant à deux cardinaux connus pour leur classicisme mais qui n'ont jamais qualifié ces enseignements d'inacceptables, fût-ce par le biais de Dubia, le prélat argentin laisse deviner une escalade dans l'entreprise de déstabilisation.  

Une attaque en règle de Mgr Victor Manuel Fernandez contre les cardinaux Müller et Sarah

  L'article porte ce titre : « Les interprétations erronées du message du pape. » « Tucho » Fernandez écrit : « On imagine souvent que toute personne ayant quelque rôle dans les institutions catholiques exécute les ordres du pape chaque fois qu'elle parle. Cependant, ce n'est même pas le cas pour les cardinaux du Vatican, puisqu'ils continuent de penser et de parler comme ils en ont envie, comme si François n'était pas pape. » Accusation gravissime s'il en est.
 
C'est nommément qu'il désigne le cardinal Gerhard Müller, préfet émérite de la Congrégation pour la doctrine de la foi dont il a été débarqué sans ménagement par le pape, et le cardinal Robert Sarah, toujours préfet de la Congrégation pour le culte divin et de la discipline des sacrements mais flanqué de seconds qui y prennent des décisions qui ne correspondent pas à ses orientations. Müller aurait même dû être destitué plus tôt, suggère Mgr Fernandez.
 
« Ne nous demandions-nous pas souvent par hasard pourquoi le cardinal Müller n'était pas renvoyé, lui qui ne cachait pas adhérer à une ligne très différente de la pensée du pape et qui même le critiquait ? Voyons aussi le cardinal Sarah, qui continue de proposer de recommencer de célébrer la messe dos au peuple. »  

L'inspirateur d'"Amoris laetitia" aurait débarqué le cardinal Müller plus tôt

  Curieusement, l'article dans son ensemble semble constituer une défense du droit de chacun de parler comme il l'entend, un responsable catholique n'engageant pas le pape par chacune de ses actions. Ainsi, explique Mgr Fernandez, Mgr Sanchez Sorondo – autre Argentin proche du pape – agit-il seul et sans demander la permission de personne lorsqu'il invite des personnalités controversées – favorables à certaines formes d'euthanasie, à l'avortement, au contrôle de la population – lors de réunions de l'Académie pontificale des sciences, dont il est le chancelier, dans la Cité du Vatican…
 
« Aujourd'hui, avec François, l'Eglise jouit d'une liberté d'expression sans précédent et il n'est pas nécessaire de penser sans cesse à ce que dirait le pape pour pouvoir donner son opinion. Aujourd'hui de nombreux catholiques peuvent traiter de manière irresponsable le pape d'hérétique ou de schismatique, sans que ne serait-ce qu'une demande d'éclaircissement ne leur soit adressée depuis le Vatican. Il y a quelques années à peine nous étions gravement sanctionnés pour beaucoup moins », écrit Mgr Fernandez.
 
Ou l'art d'inverser les rôles, et de manière incohérente qui plus est ! Car comment justifier l'idée que le pape, qui a effectivement « remercié » le cardinal Müller, aurait dû le faire encore plus tôt, si la liberté est à ce point la règle ? Comment oser dire que ceux se font du souci pour l'intégrité de la doctrine catholique jouissent d'une (coupable ?) indulgence du pape, alors que les cas abondent de limogeages, renvois, mises à la retraite de ces « trublions », sans compter les coups de gueule que les familiers de la maison Sainte-Marthe attribuent à François ?
 
Tout le monde parle librement, mais on finit par se demander, narquois, si « Tucho » n'est pas un peu en service commandé.  

Jeanne Smits

Marche pour la vie 2018

https://www.enmarchepourlavie.fr/

Reportage choc de l'ECLJ : l'infanticide néonatal

https://eclj.org/euthanasia/eu/reportage-choc-de-leclj--linfanticide-nonatal-?lng=fr

El Quinto Mandamiento de la Ley de Dios

El Quinto Mandamiento de la Ley de Dios

El Quinto Mandamiento de la Ley de Dios

El quinto mandamiento manda no matar, es decir, prohíbe dar muerte, golpear, herir o hacer cualquier daño al prójimo en el cuerpo, ya por sí, ya por otros: como también agraviarle con palabras injuriosas o quererle mal.

Prohíbe igualmente darse a sí mismo la muerte: el suicidio. Y debe vivirse -como todos los mandamientos- por amor a Dios: sólo así se alcanza un verdadero respeto al alma y al cuerpo.

1.- No matar

Este mandamiento del Decálogo -no matarás­ (Ex 20:13) expresa el absoluto dominio de Dios sobre la creación: Yo doy la muerte y doy la vida (Deut 32:39), dice de sí mismo, y el salmista añade:

"si escondes tu rostro, se conturban; si les quitas el espíritu, mueren y retornan al polvo; si envías tu espíritu, se recrían; y así renuevas la faz de la tierra" (Sal 104: 29-30).

Como toda criatura, el hombre existe pura y simplemente por el amor de Dios que lo creó. Su vida es un regalo del Señor; más aún, es el primero de los dones que ha recibido del Cielo, porque para enriquecer con otras mercedes a sus criaturas, es preciso que Dios les dé previamente el ser.

Como nos dice el Catecismo de la Iglesia católica:

"La vida humana es sagrada, porque desde su inicio es fruto de la acción creadora de Dios y permanece siempre en una especial relación con el Creador, su único fin (…); nadie, en ninguna circunstancia, puede atribuirse el derecho de matar de modo directo a un ser humano inocente" (CEC, 2258).

El hombre es alguien singular: la única criatura de este mundo a la que Dios ama por sí misma. Está destinado a conocer y amar eternamente a Dios, y su vida es sagrada. Ha sido creado a imagen y semejanza de Dios (cfr. Gen 1: 26-27), y éste es el fundamento último de la dignidad humana y del mandamiento no matarás.

El libro del Génesis presenta el abuso contra la vida humana como consecuencia del pecado original. Yahvé se manifiesta siempre como protector de la vida: incluso de la de Caín, después de haber matado a su hermano Abel; imagen de todo homicidio. Nadie debe tomarse la justicia por su mano, y nadie puede abrogarse el derecho de disponer de la vida del prójimo (cfr. Gen 4: 13-15).

En la transmisión de la vida humana, además, los padres desempeñan el papel de cooperadores libres de la Providencia divina, contribuyendo a la concepción del cuerpo. Pero el alma espiritual e inmortal, que vivifica al hombre, es creada de la nada inmediatamente por Dios en el instante mismo de la concepción, que es su unión con el cuerpo.[1]   Por eso la vida humana ha de considerarse por todos como algo sagrado, ya que desde su mismo origen exige la acción creadora de Dios.

1.1.- Las cosas sujetas al dominio del hombre

Este mandamiento hace referencia a los seres humanos. Es legítimo servirse de los animales para obtener alimento, vestido, etc.: Dios los puso en la tierra para que estuviesen al servicio del hombre. La conveniencia de no matarlos o maltratarlos proviene del desorden que puede implicar en las pasiones humanas, o de un deber de justicia (si son propiedad de otro) (cfr. CEC, 2417). Además, no hay que olvidar que el hombre no es "dueño" de la Creación, sino administrador y por tanto, tiene obligación de respetar y cuidar la naturaleza, de la que necesita para su propia existencia y desarrollo (cfr. CEC, 2418).

 "Díjose entonces Dios: hagamos al hombre a nuestra imagen y semejanza, para que domine sobre los peces del mar, sobre las aves del cielo, sobre los ganados y sobre todas las bestias de la ti erra y sobre cuantos animales se mueven sobre ella" (Gen 1:26).

En este dominio se funda la potestad del hombre de disponer de la vida de los animales para su propio sustento. Algunos dijeron que no es lícito matar a los animales. Se trata de una afirmación falsa, porque no es pecado utilizar las cosas que están sujetas al dominio del hombre.[2]

1.2.- Valor de la vida humana

El solo hecho de nacer es ya un motivo grande de alabanza y agradecimiento al Creador. Pero el hombre debe estarle especialmente reconocido, porque ha sido creado a su imagen y semejanza (Cfr. Gen 1:26)  adoptado como hijo[3] y así ordenado, por la infinita bondad de Dios "a un fin sobrenatural, es decir, a participar de los bienes divinos que superan totalmente la comprensión de la mente humana"[4]

Enseña nuestra fe que el hombre ha sido puesto en la tierra, para que trabajara y diera a Dios gloria (Gen 2:15), y de este modo alcanzase su destino eterno. La vida terrena no es más que un periodo transitorio, provisional, hacia la verdadera Vida (Cfr. 1 Cor 15:19). Somos los hombres viatores, caminantes, que agotan su travesía en muy pocas jornadas:

"el número de los días del hombre a más tirar, son cien años; como una gota de agua en el mar, como un grano de arena, así son sus pocos años a la luz de la eternidad" (Ecli 18:8).

Sin embargo, este espacio tan corto es, a la vez, de una importancia decisiva, porque en él se forja nuestro acceso a la Vida eterna. Es el único tiempo, tempus laborandi et merendi et augendae caritatis[5]la sola ocasión de que disponemos para trabajar, merecer, y crecer en el amor de Dios; después, advierte Jesús, viene la noche cuando nadie ya puede trabajar (Cfr. Jn 9:4). Por eso, cada instante de la vida tiene sentido de eternidad, y tiene el valor que le demos sirviendo a Dios.

Aunque fugaz y llena de limitaciones, la vida terrena es un tesoro lleno de posibilidades. Para un cristiano, no puede haber nunca vidas inútiles, despreciables o absurdas. Todos los hombres, -también los infradotados.- poseen un alma inmortal, son hijos de Dios, tienen una misión que cumplir dentro de los planes de la Providencia divina y están llamados a la felicidad eterna.

1.3.- La guerra

Aunque se debe evitar las guerras -incluso las justas – intentando todos los medios posibles, no pecan los que matan a sus enemigos en una guerra justa.

Con respecto a la guerra defensiva, enseña el Magisterio de la Iglesia que:

"el precepto de la paz es de derecho divino. Su fin es la protección de los bienes de la humanidad, en cuanto bien es del Creador. Ahora bien, entre estos bienes hay algunos de tanta importancia para la humana convivencia, que su defensa contra la injusta agresión es, sin duda, plenamente legítima".[6]

La verdadera voluntad cristiana de paz es fuerza, no debilidad o cansada resignación. Se identifica con la voluntad de paz del eterno y omnipotente Dios. Toda guerra de agresión contra aquellos bienes, que el ordenamiento divino de la paz obliga a respetar y garantizar incondicionalmente, y, por consiguiente, también a proteger y defender, es pecado, y delito, atentado contra la majestad de Dios, creador y ordenador del mundo. Un pueblo amenazado o víctima de una injusta agresión, si quiere pensar y obrar cristianamente, no puede permanecer en una indiferencia pasiva.[7]

1.4.- Legítima defensa

La prohibición de causar la muerte no suprime el derecho de impedir que un injusto agresor cause daño. La legítima defensa puede ser incluso un deber grave para quien es responsable de la vida de otro o del bien común (cfr. CEC, 2265). Puede ser lícito matar a un agresor en legítima defensa.

El respeto de la voluntad de Dios y el orden mismo de la caridad -que exige el cuidado de la propia vida para poder atender mejor a la ajena[8]-, imponen no sólo el derecho sino también el deber de salvaguardar la propia existencia, y otros bienes que le están inseparablemente unidos, frente a los peligros y amenazas que pueden atentar contra ella.

La legítima defensa, tanto en el plano individual como en el social, es un derecho natural, sancionado por el Señor  (Cfr. Ex 22:2) y por el Magisterio de la Iglesia[9] , que puede extenderse incluso hasta la muerte del agresor injusto. Sin embargo, debe ejercitarse con las debidas cautelas y condiciones que señala la ley moral[10]  , puesto que, aun cuando pierda su derecho a la vida, la muerte de quien violenta e injustamente pretende causar daño grave a otro es siempre un mal, que debe evitarse con todos los medios posibles y justos.

La doctrina cristiana enseña también que, por motivos de caridad, un individuo puede renunciar al derecho de defender con la fuerza sus bienes (Cfr. Mt 5: 39-41; 1 Cor 6:7).

Condiciones: Entre las condiciones que se requieren para el ejercicio lícito de la legítima defensa, las más importantes son :

  • que la agresión injusta sea actual (no la justifica una sospecha ni aun la misma amenaza, como tampoco puede justificarse por un daño ya recibido, porque entonces sería simplemente una venganza);
  • que haya una justa proporción entre el bien que se defiende y el daño que se cause al agresor;
  • y que ese daño se limite a lo necesario para conjurar la agresión injusta.[11]

Estas cautelas deben cuidarse con mayor atención cuando se trata de la guerra, por los incalculables males que trae consigo.

Aunque pueda ser lícita una guerra preventiva, para evitar una agresión segura en un futuro inmediato, hay que agotar todos los medios pacíficos para resolver los litigios internacionales.

"Una cosa es utilizar la fuerza militar para defenderse con justicia, y otra muy distinta es querer someter a otras naciones. La potencia bélica no legitima cualquier uso militar o político de la misma. Y una vez estallada lamentablemente la guerra, no por eso todo es lícito entre los beligerantes.

Los que, al servicio de la patria, se hallan en el ejército, considérense instrumentos de la seguridad y libertad de los pueblos, pues desempeñando bien esta función contribuyen realmente a estabilizar la paz"[12]

1.5.- La pena de muerte

En esta misma línea, la doctrina católica reconoce a la legítima autoridad civil la potestad de privar de la vida a un delincuente, como un derecho que pertenece a su competencia ordinaria, siempre que se ejerza por motivos gravísimos, y con las debidas precauciones jurídicas. El Magisterio de la Iglesia, en efecto, enseña que la pena de muerte no es contraria a la ley natural;[13] pero tampoco surge necesariamente de esa ley: es una cuestión de prudencia que depende de las circunstancias. De ahí que pueda darse una discrepancia entre católicos a la hora de estimar la conveniencia de la pena de muerte o de su abolición dentro de un ordenamiento jurídico concreto, fundándose en circunstancias culturales y sociales, y en una diversa valoración de las mismas .

Fuera de estos casos -la legítima defensa y la pena de muerte – todos los demás homicidios están prohibidos, sea por lo que toca al homicida o al muerto, o a los modos con que se perpetra la muerte. Por lo que mira a los que cometen la muerte, ninguno está exceptuado: ni ricos, ni poderosos, ni gobernantes, ni padres; a todos está vedado matar sin diferencia ni distinción alguna.

"Si miramos a los que pueden ser muertos, a todos ampara esta ley divina. No hay hombre, por despreciado y abatido que sea, que no quede protegido y defendido por este mandamiento. Y a ninguno es lícito tampoco matarse a sí mismo, porque nadie es tan dueño de su vida que se la pueda quitar a su antojo. Por eso no se puso la ley en estos términos: no mates a otro; sino que absolutamente se ordena: no matarás.

Pero atendiendo a los muchos modos que hay de matar, tampoco se exceptúa ninguno; porque a nadie es lícito quitar la vida a otro no sólo por sus manos, o con cualquier arma, sino ni siquiera por consejo, ayuda o cooperación alguna"[14]

La vida humana es un don de Dios a cada hombre, y nadie puede atentar contra ella. Sin embargo, la legítima autoridad pública puede condenar a muerte al culpable de los delitos de gravedad proporcionada, cuando lo exija o haga claramente conveniente el bien común, pues obra en virtud de un poder del que Dios la ha investido.

La pena de muerte, no sólo no contraría el derecho divino natural, si no que en el Antiguo Testamento era explícitamente de Derecho divino positivo. Pertenece, por tanto, al derecho divino natural la posibilidad y, aun la conveniencia según las circunstancias, de instaurar por justas causas tal pena.

1.6.- La muerte del alma

Por muerte se puede entender, además de la separación del cuerpo y el alma -que es su principio vital ­ la separación del alma de la gracia, que es principio de la vida sobrenatural: es delito de suyo aún más grave causar la muerte del alma que la del cuerpo. Este pecado, llamado de escándalo, se estudia más adelante en este mismo capítulo.

2.- Forma parte del quinto mandamiento el precepto de evitar daños a uno mismo

2.1.- La defensa del don de la gracia

El mayor respeto que podemos manifestar hacia nosotros mismos es la defensa del don de la gracia que está infundida en nuestra alma, evitando cualquier pecado.

Estamos también obligados a procurar crecer en gracia, buscando a Dios por la contrición y la oración en nuestra vida.

2.2.- El amor y respeto al propio cuerpo

El amor y respeto al propio cuerpo es igualmente exigencia de la caridad hacia nosotros mismos, sabiendo que el cuerpo es templo del Espíritu Santo (Cfr. 1 Cor 6:19), y que somos responsables -en lo que de nosotros depende- de procurar un bienestar corporal adecuado, para poder servir a Dios y a los hombres santificando el trabajo.

Van contra esta exigencia del respeto y amor a nuestro propio cuerpo:

a.- El suicidio

Ya que el que se mata a sí mismo mata a un hombre; y, si actúa con dominio de sus fuerzas mentales, se condena al castigo eterno.

Somos administradores y no propietarios de la vida que Dios nos ha confiado. No disponemos de ella» (CEC, 2280). "El suicidio contradice la inclinación natural del ser humano a conservar y perpetuar su vida. Es gravemente contrario al justo amor de sí mimo. Ofende también al amor del prójimo porque rompe injustamente los lazos de solidaridad con las sociedades familiar, nacional y humana con las cuales estamos obligados. El suicidio es contrario al amor del Dios vivo" (CEC, 2281)[15].

Preferir la propia muerte para salvar la vida de otro no es suicidio, antes bien, puede constituir un acto de extrema caridad.

b.- La eutanasia

Nadie puede autorizar, ni para sí mismo ni para otros, pues sería suicidio u homicidio. Significa etimológicamente buena muerte, muerte apacible, sin sufrimiento. De esa significación, la eutanasia ha pasado actualmente a indicar la provocación de la muerte del enfermo que no tiene curación o, generalmente, la muerte de vidas humanas "sin valor".

Los pueblos antiguos, a excepción del hebreo, no tenían ningún escrúpulo en eliminar a los seres humanos que consideraban inútiles para la sociedad. En sentido estricto, la eutanasia es gravemente inmoral, y ninguna razón puede hacer lícito un acto intrínsecamente malo.[16]

Por eutanasia, en sentido verdadero y propio, se debe entender una acción o una omisión que por su naturaleza y en la intención causa la muerte, con el fin de eliminar cualquier dolor…. Es una grave violación de la ley de Dios, en cuanto eliminación deliberada y moralmente inaceptable de una persona humana. Semejante práctica conlleva, según las circunstancias, la  malicia  propia  del  suicidio o del homicidio. Se trata de una de las consecuencias, gravemente contrarias a la dignidad de la persona humana, a las que puede llevar el hedonismo y la pérdida del sentido cristiano del dolor.

La interrupción de tratamientos médicos onerosos, peligrosos, extraordinarios o desproporcionados  a  los  resultados  puede  ser  legítima.  Interrumpir  estos  tratamientos  es rechazar el encarnizamiento terapéutico. Con esto no se pretende provocar la muerte; se acepta no poder impedirla (Cfr. Catecismo, 2278)[17].

En cambio, "aunque la muerte se considere inminente, los cuidados ordinarios debidos a una persona no pueden ser legítimamente interrumpidos" (CEC, 2279)[18]. La alimentación e hidratación artificiales son, en principio, cuidados ordinarios debidos a todo enfermo.[19]

c.- Los trabajos arriesgados

Son precisas las normas de prudencia en los trabajos arriesgados, en los deportes que encierran algún peligro, así como en la circulación rodada.

d.- La gula

Pues por el apetito desordenado en el comer y beber se ocasionan, además de daños al alma, daños al cuerpo.

e.- La embriaguez y las drogas

La embriaguez y las drogas suelen tener consecuencias, aún más graves, sobre el alma que sobre el cuerpo. Con ellas se puede llegar a una dependencia física y a una completa destrucción de la personalidad, junto con la ruina.

f.- El trasplante de órganos

La donación de órganos para trasplantes es legítima y puede ser un acto de caridad, si la donación es plenamente libre y gratuita, y respeta el orden de la justicia y de la caridad.

"Una persona sólo puede donar algo de lo que puede privarse sin serio peligro o daño para su propia vida o identidad personal, y por una razón justa y proporcionada. Resulta obvio que los órganos vitales sólo pueden donarse después de la muerte" (CEC, 2301).

Es preciso que el donante o sus representantes hayan dado su consentimiento consciente (cfr. CEC, 2296). Esta donación, "aun siendo lícita en sí misma, puede llegar a ser ilícita, si viola los derechos y sentimientos de terceros a quienes compete la tutela del cadáver: los parientes cercanos en primer término; pero podría incluso tratarse de otras personas en virtud de derechos públicos o privados".[20]

2.3.- El ayuno

La Iglesia recomienda, en su cuarto mandamiento, el ayuno, que es una manera de determinar la mortificación que debemos exigir al cuerpo en bien del alma. Con este espíritu se instituyó la Cuaresma, para imitar el ayuno que Nuestro  Señor Jesucristo  practicó en el desierto y para prepararnos santamente para la Pascua. Tanto el ayuno como la abstinencia sirven como penitencia por nuestros pecados.

Respecto a quiénes obligan las leyes del ayuno y la abstinencia,  contesta el Código de Derecho Canónico:

"La ley de la abstinencia obliga a los que han cumplido catorce años; la del ayuno, a todos los mayores de edad, hasta que hayan cumplido cincuenta y nueve años. Cuiden sin embargo los pastores de almas y los padres de que también se formen en un auténtico espíritu de penitencia quienes, por no haber alcanzado la edad, no están obligados al ayuno o a la abstinencia" (CIC nº 1252).

(Debido a la extensión e importancia de este mandamiento, continuaremos hablando de él en el siguiente artículo. En él trataremos el tema del homicidio, aborto, duelo, mutilaciones… ).

Padre Lucas Prados


[1] Esta doctrina está contenida en numerosos actos del Magisterio eclesiástico. por ejemplo. en la definición del Concilio Lateranense IV sobre el alma humana (Bula Apostolici regiminis, l 9-XII -1 51 3. Dz. 738). y en el Breve Sollicitudo omnium ecclesiarum, de A lejandro VII 8-Xll – 1661. Dz. 1 100, que sirvió para la definición dogmática de la Inmaculada Concepción de Maria (Pío XI, Bula Ineffabilis Deus, 8-X II- 1 854. Dz . 1641. Por otro lado la fe católica nos manda profesar que las almas son creadas  inmediatamente por Dios (Pío XII. Encíclica Humani generis 12-V lll- 1 950. Dz . 2327. )

[2] Cfr. Santo Tomás de Aquimo, In duo praecepta caritatis. V. praec.

[3] Cfr. Rom 8: 15-17; Gal 4: 6-7.

[4] Concilio Vaticano l, Constitución Dei Filius, 24-I V – 1870, cap. 2. Dz. 1786.

[5] León X, Bula Exsurge Domine , 1 5-Vl – 1 520. prop . 38, Dz. 778.

[6] Pio XII, mensaje radiofónico, 24-XII-1948.

[7] Pio XII, mensaje radiofónico, 24-XII-1948.

[8] Cfr. Santo Tomás de Aquino, Summa Theologica, II-IIae. q. 64. a . 7.

[9] León XIII, Ep. Pastoralis officii, de 12-IX-1891, Dz 1939).

[10] No quebranta esta ley el que puesta toda cautela posible, mata a otro por defender su vida (Catecismo R omano parte III cap. V I, nº . 8).

[11] Cfr. Inocencio XI, Decreto del Santo Oficio, Dz 1180-1183.

[12] Vaticano II, Gaudium et Spes, nº 79).

[13] La pena de muerte sólo es lícita cuando es aplicada por la legítima autoridad, después de un juicio justo, y siempre que lo exija el bien común.

Contra el error de los valdenses, lnocencio III declaró: "de la potestad secular afirmamos que sin pecado mortal puede ejercer juicio de sangre, con tal de que para inferir el castigo no proceda con odio, sino por juicio, no incautamente, sino con consejo (ep. Eius exemplo. 18-XIl – 1208. Dz . 425).

[14] Catecismo Romano. parte III, cap. VI , núm. 10- 11.

[15] Sin embargo, "no se debe desesperar de la salvación eterna de aquellas personas que se han dado muerte. Dios puede haberles facilitado por caminos que Él solo conoce la ocasión de un arrepentimiento salvador. La Iglesia ora por las personas que han atentado contra su vida" (CEC, 2283).

[16] Cfr. Declaración sobre la Eutanasia de la Sagrada Congregación para la Doctrina de la Fe, 5-V- 1 980.

[17] Las decisiones deben ser tomadas por el paciente, si para ello tiene competencia o capacidad, o si no por los que tienen los derechos legales, respetando siempre la voluntad razonable y los intereses legítimos del paciente (CEC, 2278).

[18] El uso de analgésicos para aliviar los sufrimientos del moribundo, incluso con riesgo de abreviar sus días, puede ser moralmente conforme a la dignidad humana si la muerte no es pretendida, ni como fin ni como medio, sino solamente prevista y tolerada como inevitable. Los cuidados paliativos constituyen una forma privilegiada de la caridad desinteresada. Por esta razón deben ser alentados» (CEC, 2279).

[19] Puede ampliar información acudiendo a los artículos que se publicaron en esta web sobre "Cuestiones médicas con implicaciones morales": https://adelantelafe.com/download/cuestiones-medicas-implicaciones-morales-p-lucas-prados/

[20] Pío XII, Discorso all'Associazione Italiana Donatori di Cornea, 14-5-1956.

Nacido en 1956. Ordenado sacerdote en 1984. Misionero durante bastantes años en las américas. Y ahora de vuelta en mi madre patria donde resido hasta que Dios y mi obispo quieran. Pueden escribirme a lucasprados@adelantelafe.com

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