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samedi 31 mai 2014

Mons. Marchetto: "Io e Bergoglio amici da anni" (L'altro mondo)

Di seguito, il testo completo dell'intervista a mons. Agostino Marchetto, segretario emerito del Pontificio consiglio della pastorale dei migranti e gli itineranti, definito da Papa Francesco "il miglior ermeneuta del Vaticano II". Ampi stralci sono stati pubblicati sul Foglio di sabato 16 novembre.

 

In merito alla lettera in cui il Papa la definisce "il miglior ermeneuta del Concilio", cosa ci può dire? E' un riconoscimento importante.

Io avevo promesso al Santo Padre di portargli il libro, quindi lunedì sono andato da lui e gliel'ho portato. Parlando, il Santo Padre mi dice "Io penso che lei non vorrà far leggere la lettera". Io gli ho risposto "Sì, pensavo di non farla leggere, per vari motivi". Lui replica: "No, per favore, lei la fa leggere". A quel punto io gli dico "ma qui c'è un passaggio su cui potremmo mettere i puntini", e lui: "No, non mettere i puntini". Questo dice della grandezza d'animo di quest'uomo, della sua umiltà. Lui mi ha chiesto di farla leggere e noi l'abbiamo fatta leggere all'inizio del nostro incontro in Campidoglio.

La conoscenza con il Santo Padre è dunque di lunga data?

Conosco il Papa dai tempi in cui condividevamo la residenza nella Casa internazionale del Clero di via della Scrofa, dove risiedeva il cardinale Bergoglio quando veniva a Roma. Io sono nella stanza 204 e lui, in genere, stava nella stanza 203. Si parlava, io davo i miei scritti e lui aveva la bontà di mandarmi alcuni suoi discorsi che teneva a Buenos Aires. Inoltre, io sono stato invitato – credo sia stata l'unica volta che è capitato a un pontificio consiglio – in Argentina quando lui era presidente della conferenza episcopale locale a parlare della pastorale della mobilità umana in occasione di un incontro con i vescovi argentini e per un'intera giornata. Anche quella è stata un'occasione per approfondire la conoscenza. Sono stato poi ad Aparecida come segretario del Pontificio consiglio – per l'occasione avevamo anche pubblicato nella nostra rivista tutti i passi del documento di Aparecida che riguardavano la pastorale della mobilità umana. Ho avuto la possibilità di avanzare proposte e suggerimenti sul testo che si stava preparando. E' dunque una conoscenza che viene da lontano.

Si può dire quindi che era una lettera personale, non un classico telegramma di routine.

La lettera era in castigliano e io l'ho tradotta, non ufficialmente. Era una lettera personale, d'altra parte, ciò che il Papa ha detto sul leggerla o non leggerla, lo conferma.

Non crede che con questo gesto il Papa abbia in qualche modo sconfessato la lettura oggi prevalente del Concilio, quella che parla di rottura e di rinnovamento, senza considerare l'aspetto legato alla Tradizione?

Non è esatto dire "del rinnovamento". Benedetto XVI parla dell'ermeneutica della riforma o del rinnovamento nella continuità dell'unico soggetto chiesa. La questione è o riforma o rottura e discontinuità. Mentre nella riforma c'è l'aspetto della continuità nell'unico soggetto chiesa. La tendenza della rottura non è rappresentata solo da una sola parte, diciamo progressista all'estremo. Ci sono due interpretazioni estreme, ed entrambe dicono che c'è stata una rottura. Bisogna quindi insistere su questo cammino, che ci è stato indicato nel 2005 da Benedetto XVI, ma –vorrei dire – da tutti i papi. Non si può dire, insomma, che questo pensiero sia proprio del solo Papa Benedetto XVI. Mi sembra di poter dire che il Santo Padre si metta nella linea della riforma nella continuità dell'unico soggetto chiesa. Bisogna che ci mettiamo tutti su questa linea. Ognuno esamina se stesso e veda se è o no in questa linea.

Eppure, molti oggi sostengono – in particolare gli esponenti della Scuola di Bologna – che Francesco è il Papa che realizza il Concilio pur senza parlarne. Che è l'uomo che realizza la collegialità, la grande incompiuta del Vaticano II.

Non è solamente la Scuola di Bologna che tira acqua al suo mulino. Un po' tutti fanno queste considerazioni che vanno nella linea delle loro scelte (anche profonde) o anche di quella che per me è un'ideologia. Il Concilio ha parlato di collegialità in senso stretto o in senso largo. Se uno parla di comunione, e non dice mai comunione gerarchica, non è nella linea del Concilio Vaticano II. Questa è la grande questione. C'è ancora questa realtà ideologica, da un'estremità di un lato e da un'estremità dell'altro, che deve essere vinta se vogliamo un'ermeneutica corretta nella linea fondamentale della chiesa cattolica della continuità nella Tradizione e nei cambiamenti che ci sono stati. Se uno legge il libro presentato, si rende conto dei legittimi cambiamenti, di un'evoluzione omogenea. Tutti dovremmo assumere l'impegno (indipendentemente dalle sottolineature che ciascuno fa) di indirizzarci nella grande linea dell'ermeneutica della riforma nella continuità dell'unico soggetto chiesa. Bisogna comprendere però che la questione non è continuità/discontinuità. Certamente, nella riforma devono esserci anche cambiamenti. La questione è rottura nella discontinuità o riforma o rinnovamento nella continuità dell'unico soggetto chiesa.

Lei è da anni che studia il fenomeno del Concilio. Una critica che avanza nei suoi scritti è quella del metodo. Parla di selezione delle fonti ad usum delphini, di poca attenzione agli atti conciliari.

C'è una gerarchia delle fonti. Io non dico che non si devono consultare i diari dei Padri e dei periti. Ma c'è una gerarchia delle fonti. Gli atti conciliari sono quelli che devono essere considerati come luce del cammino. Per esempio, per la Scuola di Bologna si dice chiaramente che gli autori hanno avuto la possibilità di accedere a tutte le fonti presenti nella loro biblioteca. Ma ciascun autore poteva scegliere ciò che voleva, sulla base del proprio parere. Questo indica una certa parzializzazione che deve essere riscattata necessariamente dalla consultazione degli atti del Concilio. Gli atti degli organi direttivi sono stati consultati molto poco. L'ultimo è apparso nel 1999. Ebbene, la storia già era avviata grazie ai diari privati. E' il momento di riprendere la storia, la più obiettiva possibile, veritiera, del Concilio. Perché solo con questa è possibile una ermeneutica corretta e per conseguenza c'è la ricezione giusta del Concilio. Perché non è solo il fatto di cosa è avvenuto dopo il Concilio che si può definire ricezione. No, bisogna vedere se è la ricezione del Concilio o se è la ricezione di qualcos'altro, una creatività che deve essere controllata nel senso che sia fedele a quello che è stato questo avvenimento straordinario che io chiamo Magno. Non si può quindi dire che io abbia un pregiudizio in relazione al Concilio.

Cosa ci può dire sul libro presentato qualche giorno fa in Campidoglio?

E' un bel libro. Prima di tutto ha un titolo in italiano e in tedesco, ci sono sette contributi in lingua tedesca e c'è la volontà che faccia luce sulla tendenza di monsignor Marchetto nell'interpretazione del Concilio, in Germania o anche nei paesi di lingua tedesca. Ci sono autori di vari paesi, c'è una certa unità di indirizzo, ma con elasticità e libertà. Questo è il bello di questa raccolta, c'è una varietà legittima di posizioni nel grande solco della ricezione corretta del  Concilio. Ci sono cose belle, ecclesiologia, storiografia. C'è la possibilità di conoscere il mio pensiero su tre linee fondamentali. Questi miei studi sono la prima storia della storiografia conciliare. Ci sono poi gli aspetti ecumenici, ci sono successive prospettive ecumeniche, l'esperienza del Concilio. Infine, due prospettive sulla sua ricezione, in particolare quella di Vincenzo Buonomo sulla libertà religiosa e la Dignitatis Humanae e le relazioni internazionali. Cioè, la maniera diversa in cui nel concilio e adesso nel mondo si interpreta la libertà religiosa. Era un capitolo delicato già allora, non si era considerato a sufficienza la differenza tra il liberalismo europeo ideologico e quello americano non anticlericale, che è poi stato portato in Concilio da J. C. Murray, trovando buon accordo con mons. Pavan e altri, si giunse così a un consenso della chiesa che sempre difende la libertà dell'atto di fede.

http://mob.ilfoglio.it/altromondo/29

Du 7 au 9 juin, 32e pèlerinage de Pentecôte à Chartres

Du 7 au 9 juin, Notre-Dame de Chrétienté organise son 32e pèlerinage de Pentecôte de Notre-Dame de Paris à Notre-Dame de Chartres. Jean de Tauriers, président de l'association, déclare à L'Homme Nouveau :

C"Depuis trente-deux années, Notre-Dame de Chrétienté organise le plus grand pèlerinage européen pendant la Pentecôte, du samedi au lundi. Ce pèlerinage est traditionnel par l'exclusivité de la forme extraordinaire célébré pendant les trois jours mais aussi par l'enseignement donné à contre-courant du relativisme ambiant. Le pèlerinage est aussi de chrétienté parce que nous voulons mettre Jésus-Christ au centre de la société comme nous l'a demandé le Pape François en la fête du Christ-Roi.

Pourquoi un pèlerinage de chrétienté ?

Tout l'enseignement de l'Église nous demande de promouvoir la chrétienté, le Catéchisme de l'Église Catholique nous le redit très clairement. Nous en parlerons beaucoup pendant le pèlerinage 2014, l'année du 800e anniversaire de la naissance de saint Louis, le modèle du roi chrétien. Aujourd'hui, défendre la chrétienté, c'est défendre la vie, l'éducation et la famille. Nos pèlerins sont au premier rang de tous ces engagements dans la société et nous pensons que Notre-Dame de Chrétienté en a pris sa part en formant des générations de pèlerins et en priant pour la France. [...]

Des nouveautés en 2014 ?

D'abord notre thème « Au commencement Dieu créa le ciel et la terre » qui nous permettra de revoir notre catéchisme avec le souci propre à Notre-Dame de Chrétienté de former en vue de l'action. Toujours dans la formation, pour aider les chapitres dans leur préparation du pèlerinage, Notre-Dame de Chrétienté a mis à disposition sur son site de courtes formations vidéo introduisant des sujets particuliers comme l'existence de Dieu, le mal, les lois immorales,… Enfin, Mgr Ail­let nous fait l'amitié de venir célébrer la messe de clôture du pèlerinage le lundi 9 juin à Chartres. C'est une très grande joie pour nous. Cette année nous lançons également un nouveau chapitre (les Anges gardiens) pour tous ceux qui ne peuvent se déplacer mais qui veulent faire le pèlerinage « à distance ». Ce chapitre réunira les prêtres ne pouvant venir, les religieux avec de nombreuses communautés déjà inscrites, les personnes âgées, les malades, les familles qui ne pourront se déplacer, des expatriés,… Ce chapitre incarne l'immense chaîne de prières de notre pèlerinage."

http://lesalonbeige.blogs.com/my_weblog/2014/05/du-7-au-9-juin-32e-p%C3%A8lerinage-de-pentec%C3%B4te-%C3%A0-chartres.html

" Chiesa ortodossa e seconde nozze" di Don Nicola Bux

Recentemente, il cardinale Walter Kasper si è riferito alla prassi ortodossa delle seconde nozze per sostenere che anche i cattolici che fossero divorziati e risposati dovrebbero essere ammessi alla comunione. 

Forse, però, non ha badato al fatto che gli ortodossi non fanno la comunione nel rito delle seconde nozze, in quanto nel rito bizantino del matrimonio non è prevista la comunione, ma solo lo scambio della coppa comune di vino, che non è quello consacrato. Inoltre, tra i cattolici si suol dire che gli ortodossi permettono le seconde nozze, quindi tollerano il divorzio dal primo coniuge. 

In verità non è proprio così, perché non si tratta dell'istituzione giuridica moderna. 

La Chiesa ortodossa è disposta a tollerare le seconde nozze di persone il cui vincolo matrimoniale sia stato sciolto da essa, non dallo Stato, in base al potere dato da Gesù alla Chiesa di "sciogliere e legare", e concedendo una seconda opportunità in alcuni casi particolari (tipicamente, i casi di adulterio continuato, ma per estensione anche certi casi nei quali il vincolo matrimoniale sia divenuto una finzione). 

È prevista, per quanto scoraggiata, anche la possibilità di un terzo matrimonio. Inoltre, la possibilità di accedere alle seconde nozze, nei casi di scioglimento del matrimonio, viene concessa solo al coniuge innocente. Le seconde e terze nozze, a differenza del primo matrimonio, sono celebrate tra gli ortodossi con un rito speciale, definito "di tipo penitenziale". Poiché nel rito delle seconde nozze mancava in antico il momento dell'incoronazione degli sposi – che la teologia ortodossa ritiene il momento essenziale del matrimonio – le seconde nozze non sono un vero sacramento, ma, per usare la terminologia latina, un "sacramentale", che consente ai nuovi sposi di considerare la propria unione come pienamente accettata dalla comunità ecclesiale. Il rito delle seconde nozze si applica anche nel caso di sposi rimasti vedovi. La non sacramentalità delle seconde nozze trova conferma nella scomparsa della comunione eucaristica dai riti matrimoniali bizantini, sostituita dalla coppa intesa come simbolo della vita comune. Ciò appare come un tentativo di "desacramentalizzare" il matrimonio, forse per l'imbarazzo crescente che le seconde e terze nozze inducevano, a motivo della deroga al principio dell'indissolubilità del vincolo, che è direttamente proporzionale al sacramento dell'unità: l'eucaristia. A tal proposito, il teologo ortodosso Alexander Schmemann ha scritto che proprio la coppa, elevata a simbolo della vita comune, "mostra la desacramentalizzazione del matrimonio ridotto ad una felicità naturale. In passato, questa era raggiunta con la comunione, la condivisione dell'eucaristia, sigillo ultimo del compimento del matrimonio in Cristo. Cristo deve essere la vera essenza della vita insieme". Come rimarrebbe in piedi questa "essenza"? Dunque, si tratta di un "qui pro quo" imputabile in ambito cattolico alla scarsa o nulla considerazione per la dottrina, per cui si è affermata l'opinione, meglio l'eresia, che la messa senza la comunione non sia valida. Tutta la preoccupazione della comunione per i divorziati risposati, che poco ha a che fare con la visione e la prassi orientale, è una conseguenza di ciò. Una decina d'anni fa, collaborando alla preparazione del sinodo sull'eucaristia, a cui partecipai poi come esperto nel 2005, tale "opinione" fu avanzata dal cardinale Cláudio Hummes, membro del consiglio della segreteria del sinodo. Invitato dal cardinale Jan Peter Schotte, allora segretario generale, dovetti ricordare a Hummes che i catecumeni e i penitenti – tra i quali c'erano i dìgami –, nei diversi gradi penitenziali, partecipavano alla celebrazione della messa o a parti di essa, senza accostarsi alla comunione. L'erronea "opinione" è oggi diffusa tra chierici e fedeli, per cui, come osservò Joseph Ratzinger: "Si deve nuovamente prendere molto più chiara coscienza del fatto che la celebrazione eucaristica non è priva di valore per chi non si comunica. [...] 

Siccome l'eucaristia non è un convito rituale, ma la preghiera comunitaria della Chiesa, in cui il Signore prega con noi e a noi si partecipa, essa rimane preziosa e grande, un vero dono, anche se non possiamo comunicarci. 

Se riacquistassimo una conoscenza migliore di questo fatto e rivedessimo così l'eucaristia stessa in modo più corretto,vari problemi pastorali, come per esempio quello della posizione dei divorziati risposati, perderebbero automaticamente molto del loro peso opprimente." Quanto descritto è un effetto della divaricazione ed anche dell'opposizione tra dogma e liturgia. 

L'apostolo Paolo ha chiesto l'auto-esame di coloro che intendono comunicarsi, onde non mangiare e bere la propria condanna (1 Corinti 11, 29). 

Ciò significa: "Chi vuole il cristianesimo soltanto come lieto annuncio, in cui non deve esserci la minaccia del giudizio, lo falsifica". Ci si chiede come si sia giunti a questo punto. Da diversi autori, nella seconda metà del secolo scorso, si è sostenuta la teoria – ricorda Ratzinger – che "fa derivare l'eucaristia più o meno esclusivamente dai pasti che Gesù consumava con i peccatori. […] 

Ma da ciò segue poi un'idea dell'eucaristia che non ha nulla in comune con la consuetudine della Chiesa primitiva". 

Sebbene Paolo protegga con l'anatema la comunione dall'abuso (1 Corinti 16, 22), la teoria suddetta propone "come essenza dell'eucaristia che essa venga offerta a tutti senza alcuna distinzione e condizione preliminare, […] anche ai peccatori, anzi, anche ai non credenti". 

No, scrive ancora Ratzinger: sin dalle origini l'eucaristia non è stata compresa come un pasto con i peccatori, ma con i riconciliati: "Esistevano anche per l'eucaristia fin dall'inizio condizioni di accesso ben definite [...] e in questo modo ha costruito la Chiesa". 

L'eucaristia, pertanto, resta "il banchetto dei riconciliati", cosa che viene ricordata dalla liturgia bizantina, al momento della comunione, con l'invito "Sancta sanctis", le cose sante ai santi. 

Ma nonostante ciò la teoria dell'invalidità della messa senza la comunione continua ad influenzare la liturgia odierna.

http://blog.messainlatino.it/2014/05/chiesa-ortodossa-e-seconde-nozze-di-don.html?m=1


María proclama la grandeza del Señor por las obras que ha hecho en ella

San Beda el Venerable, presbítero
Homilías (Libro 1,4: CCL 122,25-26.30)
Proclama mi alma la grandeza del Señor, se alegra mi espíritu en Dios, mi salvador.Con estas palabras, María reconoce en primer lugar los dones singulares que le han sido concedidos, pero alude también a los beneficios comunes con que Dios no deja nunca de favorecer al género humano. 
Proclama la grandeza del Señor el alma de aquel que consagra todos sus afectos interiores a la alabanza y al servicio de Dios y, con la observancia de los preceptos divinos, demuestra que nunca echa en olvido las proezas de la majestad de Dios. 
Se alegra en Dios, su salvador, el espíritu de aquel cuyo deleite consiste únicamente en el recuerdo de su creador, de quien espera la salvación eterna. 
Estas palabras, aunque son aplicables a todos los santos, hallan su lugar más adecuado en los labios de la Madre de Dios, ya que ella, por un privilegio único, ardía en amor espiritual hacia aquel que llevaba corporalmente en su seno. 
Ella con razón pudo alegrarse, más que cualquier otro santo, en Jesús, su salvador, ya que sabía que aquel mismo al que reconocía como eterno autor de la salvación había de nacer de su carne, engendrado en el tiempo, y había de ser, en una misma y única persona, su verdadero hijo y Señor. 
Porque el Poderoso ha hecho obras grandes por mí: su nombre es santo. No se atribuye nada a sus méritos, que toda su grandeza la refiere a la libre donación de aquel que es por esencia poderoso y grande, y que tiene por norma levantar a sus fieles de su pequeñez y debilidad para hacerlos grandes y fuertes. 
Muy acertadamente añade: Sunombre es santo, para que los que entonces la oían y todos aquellos a los que habían de llegar sus palabras comprendieran que la fe y el recurso a este nombre había de procurarles, también a ellos, una participación en la santidad eterna y en la verdadera salvación, conforme al oráculo profético que afirma: Cuantos invoquen el nombre del Señor se salvarán, ya que este nombre se identifica con aquel del que antes ha dicho: Se alegra mi espíritu en Dios, mi salvador. 
Por esto se introdujo en la Iglesia la hermosa y saludable costumbre de cantar diariamente este cántico de María en la salmodia de la alabanza vespertina, ya que así el recuerdo frecuente de la encarnación del Señor enardece la devoción de los fieles y la meditación repetida de los ejemplos de la Madre de Dios los corrobora en la solidez de la virtud. Y ello precisamente en la hora de Vísperas, para que nuestra mente, fatigada y tensa por el trabajo y las múltiples preocupaciones del día, al llegar el tiempo del reposo, vuelva a encontrar el recogimiento y la paz del espíritu.

HOMELIE DE S. BÈDE LE VÉNÉRABLE

Marie exalte le Seigneur

Mon âme exalte le Seigneur ; exulte mon esprit en Dieu mon Sauveur. Le sens premier de ces mots est certainement de confesser les dons que Dieu lui a accordés, à elle, Marie, spécialement ; mais elle rappelle ensuite les bienfaits universels dont Dieu ne cesse jamais d'entourer la race humaine.

L'âme glorifie le Seigneur quand elle consacre toutes ses puissances intérieures à louer et à servir Dieu ; quand, par sa soumission aux préceptes divins, elle montre qu'elle ne perd jamais de vue sa puissance et sa majesté.

L'esprit exulte en Dieu son Sauveur, quand il met toute sa joie à se souvenir de son Créateur dont il espère le salut éternel.

Ces mots, sans doute, expriment exactement ce que pensent tous les saints, mais il convenait tout spécialement qu'ils soient prononcés par la bienheureuse Mère de Dieu qui, comblée d'un privilège unique, brûlait d'un amour tout spirituel pour celui qu'elle avait eu la joie de concevoir en sa chair. Elle avait bien sujet, et plus que tous les saints, d'exulter de joie en Jésus – c'est-à-dire en son Sauveur – car celui qu'elle reconnaissait pour l'auteur éternel de notre salut, elle savait qu'il allait, dans le temps, prendre naissance de sa propre chair, et si véritablement qu'en une seule et même personne serait réellement présent son fils et son Dieu.

Car le Puissant fit pour moi des merveilles. Saint est son nom ! Pas une allusion à ses mérites à elle. Toute sa grandeur, elle la rapporte au don de Dieu qui, subsistant par essence dans toute sa puissance et sa grandeur, ne manque pas de communiquer grandeur et courage à ses fidèles, si faibles et petits qu'ils soient en eux-mêmes.

Et c'est bien à propos qu'elle ajoute : Saint est son nom, pour exhorter ses auditeurs et tous ceux auxquels parviendraient ses paroles, pour les presser de recourir à l'invocation confiante de son nom. Car c'est de cette manière qu'ils peuvent avoir part à l'éternelle sainteté et au salut véritable, selon le texte prophétique : Quiconque invoquera le nom du Seigneur sera sauvé. C'est le nom dont elle vient de dire : Exulte mon esprit en Dieu mon Sauveur.

Aussi est-ce un usage excellent et salutaire, dont le parfum embaume la Sainte Église, que celui de chanter tous les jours, à Vêpres, le cantique de la Vierge. On peut en attendre que les âmes des fidèles, en faisant si souvent mémoire de l'incarnation du Seigneur, s'enflamment d'une plus vive ferveur, et que le rappel si fréquent des exemples de sa sainte Mère les affermisse dans la vertu. Et c'est bien le moment, à vêpres, de revenir à ce chant, car notre âme, fatiguée de la journée et sollicitée en sens divers par les pensées du jour, a besoin, quand approche l'heure du repos, de se rassembler pour retrouver l'unité de son attention.

[AELF] Lectures du jour

Lectures de la messe

1ère lecture : « Réjouis-toi, fille de Sion, le Seigneur est en toi » ( So 3,14-18a )


Lecture du livre de Sophonie

Pousse des cris de joie, fille de Sion ! Éclate en ovations, Israël ! Réjouis-toi, tressaille d’allégresse, fille de Jérusalem ! Le Seigneur a écarté tes accusateurs, il a fait rebrousser chemin à ton ennemi. Le roi d’Israël, le Seigneur, est en toi. Tu n’as plus à craindre le malheur. Ce jour-là, on dira à Jérusalem : « Ne crains pas, Sion ! Ne laisse pas tes mains défaillir ! Le Seigneur ton Dieu est en toi, le héros qui apporte le salut. Il aura en toi sa joie et son allégresse, il te renouvellera par son amour ; il dansera pour toi avec des cris de joie, comme aux jours de fête. »

Psaume : ( Cantique Is 12, 2, 4bcd-5a, 5bc-6 )


R/

Il est grand au milieu de toi,
ton Dieu, ton Sauveur.

Voici le Dieu qui me sauve :
j’ai confiance ; plus de crainte pour moi !
Ma force et mon chant, c’est le Seigneur ;
il est pour moi le salut.

Rendez grâce au Seigneur,
proclamez son nom,
annoncez parmi les peuples ses hauts faits !
Jouez pour le Seigneur.

Car il a fait des prodiges
que toute la terre connaît.
Jubilez, criez de joie, habitants de Sion,
car il est grand au milieu de vous, le Saint d’Israël !

Evangile : La Visitation ( Lc 1, 39-56 )


Acclamation : Alléluia. Alléluia. Chante et réjouis-toi, Vierge Marie, messagère de la Bonne Nouvelle : le Seigneur a visité son peuple. Alléluia.

Évangile de Jésus Christ selon saint Luc

En ces jours-là, Marie se mit en route rapidement vers une ville de la montagne de Judée. Elle entra dans la maison de Zacharie et salua Élisabeth.
Or, quand Élisabeth entendit la salutation de Marie, l’enfant tressaillit en elle. Alors, Élisabeth fut remplie de l’Esprit Saint, et s’écria d’une voix forte :
« Tu es bénie entre toutes les femmes, et le fruit de tes entrailles est béni. Comment ai-je ce bonheur que la mère de mon Seigneur vienne jusqu’à moi ? Car, lorsque j’ai entendu tes paroles de salutation, l’enfant a tressailli d’allégresse au-dedans de moi. Heureuse celle qui a cru à l’accomplissement des paroles qui lui furent dites de la part du Seigneur. »
Marie dit alors : « Mon âme exalte le Seigneur, mon esprit exulte en Dieu mon Sauveur. Il s’est penché sur son humble servante ; désormais tous les âges me diront bienheureuse. Le Puissant fit pour moi des merveilles ; Saint est son nom ! Son amour s’étend d’âge en âge sur ceux qui le craignent. Déployant la force de son bras, il disperse les superbes. Il renverse les puissants de leurs trônes, il élève les humbles. Il comble de biens les affamés, renvoie les riches les mains vides. Il relève Israël son serviteur, il se souvient de son amour, de la promesse faite à nos pères, en faveur d’Abraham et de sa race à jamais. »

Marie demeura avec Élisabeth environ trois mois, puis elle s’en retourna chez elle.

31 mai 2014
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blanc La Visitation de la Vierge Marie
Fête de la Vierge Marie

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El icono de la «Ascensión del Señor» en la tradición bizantina


El icono de la «Ascensión del Señor» en la tradición bizantina

2014-05-28 Radio Vaticana

El Año litúrgico a la luz de la tradición oriental cristiana

(RV).- (con audio) Viendo el icono de la «Ascensión» podemos trazar una línea horizontal que nos hará ver más claramente las dos partes de que está compuesto: una celeste, en la que se encuentra el Señor ascendiendo al cielo, y una terrestre, en la que se encuentran María y los apóstoles; además, Jesús y la Virgen, forman una línea vertical, dibujando así el signo de la cruz. La posición orante de la Madre de Dios nos invita a estar en vela ya que, del mismo modo que Jesús asciende por el Oriente, por ahí también vendrá en la Parusía. Sobre ello nos habla el Padre Salvador Aguilera López. (CdM – RV)


vendredi 30 mai 2014

Le Mystère du Christ crucifié et glorifié (2)

1) Avant la Loi : sacrifices des créatures et des amis de Dieu

"L'auteur de l'Épître aux Hébreux nous révèle l'intention du coeur d'Abel: «C'est par la foi qu'Abel offrit à Dieu un sacrifice plus excellent que celui de Caïn, c'est par elle qu'il fut déclaré juste, Dieu approuvant son offrande, et c'est par elle que, mort, il parle toujours.» Caïn, au contraire, offre indifféremment de ses biens à la majesté divine. Abel offre les prémices de son troupeau pour glorifier Dieu, pour proclamer sa majesté souverain de Ctéateur [...]."

"Abel devient [...] la première figure du Christ, victime immolée par ses frères et pour eux, à cause du caractère divin de son amour pour le Père."

"Aprés le déluge, «Noé construisit un autel à Yahvé [...]». [...] c'est le premier acte de Noé [...]. Après avoir échappé au péril de la mort, la créature rend grâce à Dieu de son secours providentiel et reconnaît la justice de ses châtiments. C'est un sacrifice d'action de grâce et de réparation."

"[...] Et Dieu répond au sacrifice par une alliance : la réconciliation s'étendra à toute la nature, au cosmos."

"[...] Melchisédech, roi de Shalem, apporta du pain et du vin; il était prêtre du Dieu Très-Haut. Il prononça cette bénédiction : «Béni soit Abraham par le Dieu Très-Haut qui créa ciel et terre, et bénit soit le Dieu Très-Haut qui a livré tes ennemis entre tes mains !» Et Abraham lui donna la dîme de tout."

"Si Melchisédech reçoit la dîme d'Abraham et, par lui, de tout le peuple d'Israël, de tout le sacerdoce lévitique, il lui apporte par contre «du pain et du vin». La tradition patristique a considéré qu'il s'agissait là de la matière d'un sacrifice qui lui était propre. Prêtre du Très-Haut, Melchisédech ne peut offrir en sacrifice à Dieu que ce «pain» et ce «vin». Ce sacrifice n'est-il pas comme une préfiguration du sacrifice de l'Eucharistie, le sacrifice du Christ pour son Église?

Nous voici donc en présence d'un fait mystérieux qui, avant la loi, préfigure pour nous le sacerdoce du Christ et son sacrifice. Et ce qui nous frappe le plus, c'est l'aspect de gratuité absolue de cette apparition de Melchisédech, qui est «sans père, sans mère, sans généalogie»; il vient à la rencontre d'Abraham qui n'a rien demandé, et il le bénit. C'est la première fois que nous voyons dans l'Écriture un homme bénir un autre homme au nom de Dieu et lui offrir «pain et vin» comme signe d'une alliance nouvelle de paix. Abraham, mû intérieurement, reconnaît spontanément la dignité unique de ce prêtre-roi; il reçoit sa bénédiction et lui donne la dîme."

Dieu demande à Abraham [...] "offrir lui-même en holocauste ce fils bien-aimé. Il demande d'immoler pour lui, uniquement pour lui, parce que c'est sa volonté, ce qu'Abraham aime le plus sur la terre, ce qui est le plus intimement lié à son coeur d'homme, ce qui donne à sa vie de patriarche tout son sens, ce qui constitue l'espoir unique de sa veillesse : Isaac ; et par sucroît, il réclame d'Abraham la force héroïque d'exécuter lui-même cette volonté.

Car Dieu demande que sa volonté ne soit pas seulement acceptée avec résignation, comme on accepte passivement quelque chose qui violente et qu'on ne peut modifier ; il veut qu'elle soit acceptée comme la volonté d'un ami, à laquelle on coopère librement, efficacement, même si le coeur, en ce qu'il a de plus sensible, de plus intime, de plus aimant, en est broyé."

"Meurtri dans son amour, Abraham demeure fidèle. Il n'hésite pas un instant."

"L'oblation de Melchisédech est toute gratuite et Abraham,spontanément, lui donne la dîme de tout ce qu'il possède. Le sacrifice de son fils que Dieu demande à Abraham est tout aussi gratuite -il ne peut se comprendre du point de vue de la seule justice-, mais ce sacrifice réclame d'Abraham plus que la dîme de ses biens ; il réclame son unique trésor offert sans réserve. Si l'ami de Dieu demeure toujours le serviteur qui doit donner effectivement la dîme de ses biens, il doit avant tout offrir intérieurement le trésor de son coeur. Et si cette offrande intérieur est vrais, elle suffit à Dieu. Issac est rendu à son père."

Philippe, Matie-Dominique: "Le Mystère du Christ crucifié et glorifié"; Jubilé, France, 1996, p. 25-32, 35.

El modernismo (12)

2) El decreto Lamentabili (1907)

"Este documento se abre con un breve prefacio donde indica su propósito. Allí se deploran los «errores graves» que sostienen numerosos escritores católicos".

"[...] se denuncian 65 proposiciones, 50 de las cuales están tomadas de la obra de Loisy; las demás, proceden de Tyrrell y de Le Roy. Los errores se pueden agrupar en cuatro bloques. En el primero se contienen los referentes a la Revelación: rechazo de la inspiración divina de la Sagrada Escritura; independencia de la exégesis respecto del Magisterio; negación de la verdad histórica de los Evangelios [...]. En el segundo conjunto se incluyen errores relativos a la Iglesia: negación de su institución por parte de Cristo; su estructura y sus dogmas serían mudables; el catolicismo tradicionalmente entendido no resulta compatible con la ciencia. En el tercer bloque se exponen errores relacionados con Cristo: propiamente no es cierta su concepción virginal, ni su resurrección, ni siquiera su divinidad, a menos que se entiendan como hallazgos de la experiencia religiosa [...]. Finalmente errores sobre los sacramentos: no son de institución divina sino disciplinar de la Iglesia [...]".

"Se equivocan, por cierto, Renan y Loisy. El Cristo de San Juan no es sólo un Cristo místico, el Cristo de la fe, sino también un Cristo bien humano. Juan lo presenta mezclado con los hombres, hablando y obrando como hombre, asistiendo a una comida, llorando, cansado en el camino, atemorizado al pensar en su pasión...".

"¿Qué es, en una palabra, el dogma de los modernistas? No un cuerpo de doctrinas reveladas, objetivo, fijo, absoluto e irreformable, sino más bien un símbolo evocador y sugestivo de la «realidad incognoscible»".

Sáenz, Alfredo: "El modernismo"; Glaudius, Buenos Aires, pág. 194, 196-197, 206, 213.

Dos vidas

San Agustín
Sobre el evangelio de San Juan, trat. 124,5.7
La Iglesia sabe de dos vidas, ambas anunciadas y recomendadas por el Señor; de ellas, una se desenvuelve en la fe, otra en la visión; una durante el tiempo de nuestra peregrinación, la otra en las moradas eternas; una en medio de la fatiga, la otra en el descanso; una en el camino, la otra en la patria; una en el esfuerzo de la actividad, la otra en el premio de la contemplación. 
La primera vida es significada por el apóstol Pedro, la segunda por el apóstol Juan. La primera se desarrolla toda ella aquí, hasta el fin de este mundo, que es cuando terminará; la segunda se inicia oscuramente en este mundo, pero su perfección se aplaza hasta el fin de él, y en el mundo futuro no tendrá fin. Por eso se le dice a Pedro: Sígueme,en cambio de Juan se dice: Si quiero que se quede hasta que yo venga, ¿a ti qué? Tú, sígueme. «Tú, sígueme por la imitación en soportar las dificultades de esta vida; él, que permanezca así hasta mi venida para otorgar mis bienes». Lo cual puede explicarse más claramente así: «Sígame una actuación perfecta, impregnada del ejemplo de mi pasión; pero la contemplación incoada permanezca así hasta mi venida para perfeccionarla». 
El seguimiento de Cristo consiste, pues, en una amorosa y perfecta constancia en el sufrimiento, capaz de llegar hasta la muerte; la sabiduría, en cambio, permanecerá así, en estado de perfeccionamiento, hasta que venga Cristo para llevarla a su plenitud. Aquí, en efecto, hemos de tolerar los males de este mundo en el país de los mortales; allá, en cambio, contemplaremos los bienes del Señor en el país de la vida. 
Aquellas palabras de Cristo: Si quiero que se quede hasta que yo venga, no debemos entenderlas en el sentido de permanecer hasta el fin o de permanecer siempre igual, sino en el sentido de esperar; pues lo que Juan representa no alcanza ahora su plenitud, sino que la alcanzará con la venida de Cristo. En cambio, lo que representa Pedro, a quien el Señor dijo: Tú, sígueme, hay que ponerlo ahora por obra, para alcanzar lo que esperamos. Pero nadie separa lo que significan estos dos apóstoles, ya que ambos estaban incluidos en lo que significaba Pedro y ambos estarían incluidos en lo que significaba Juan. El seguimiento del uno y la permanencia del otro eran un signo. Uno y otro, creyendo, toleraban los males de esta vida presente; uno y otro, esperando, confiaban alcanzar los bienes de la vida futura. 
Y no sólo ellos, sino que toda la santa Iglesia, esposa de Cristo, hace lo mismo, luchando con las tentaciones presentes, para alcanzar la felicidad futura. Pedro y Juan fueron, cada uno, figura de cada una de estas dos vidas. Pero uno y otro caminaron por la fe, en la vida presente; uno y otro habían de gozar para siempre de la visión, en la vida futura. 
Por esto, Pedro, el primero de los apóstoles, recibió las llaves del reino de los cielos, con el poder de atar y desatar los pecados, para que fuese el piloto de todos los santos, unidos inseparablemente al cuerpo de Cristo, en medio de las tempestades de esta vida; y, por esto, Juan, el evangelista, se reclinó sobre el pecho de Cristo, para significar el tranquilo puerto de aquella vida arcana. 
En efecto, no sólo Pedro, sino toda la Iglesia ata y desata los pecados. Ni fue sólo Juan quien bebió, en la fuente del pecho del Señor, para enseñarla con su predicación, la doctrina acerca de la Palabra que existía en el principio y estaba en Dios y era Dios -y lo demás acerca de la divinidad de Cristo, y aquellas cosas tan sublimes acerca de la trinidad y unidad de dios, verdades todas estas que contemplaremos cara a cara en el reino, pero que ahora, hasta que venga el Señor, las tenemos que mirar como en un espejo y oscuramente-, sino que el Señor en persona difundió por toda la tierra este mismo Evangelio, para que todos bebiesen de él, cada uno según su capacidad.

SERMON DE SAINT LÉON LE GRAND POUR L'ASCENSION

L'Ascension du Seigneur fortifie notre foi.

Dans la solennité pascale, la Résurrection du Seigneur était la cause de notre joie ; de même, sa montée au ciel nous donne lieu de nous réjouir, puisque nous commémorons et vénérons comme il convient ce grand jour où notre pauvre nature, en la personne du Christ, a été élevée plus haut que toute l'armée des cieux, plus haut que tous les chœurs des anges, plus haut que toutes les puissances du ciel, jusqu'à s'asseoir auprès de Dieu le Père. C'est sur cette disposition des œuvres divines que nous sommes fondés et construits. La grâce de Dieu devient en effet plus admirable lorsque les hommes ayant vu disparaître ce qui leur inspirait de l'adoration, leur foi n'a pas connu le doute, leur espérance n'a pas été ébranlée, leur charité ne s'est pas refroidie.

Voici en quoi consiste la force des grands esprits, telle est la lumière des âmes pleines de foi : croire sans hésitation ce que les yeux du corps ne voient pas, fixer son désir là où le regard ne parvient pas. Mais comment une telle piété pourrait-elle naître en nos cœurs, comment pourrait-on être justifié par la foi, si notre salut ne consistait qu'en des réalités offertes à nos yeux? ~

Ce qui était visible chez notre Rédempteur est passé dans les mystères sacramentels. Et pour rendre la foi plus pure et plus ferme, la vue a été remplacée par l'enseignement : c'est à l'autorité de celui-ci que devaient obéir les cœurs des croyants, éclairés par les rayons du ciel.

Cette foi, augmentée par l'Ascension du Seigneur, et fortifiée par le don du Saint-Esprit, n'a redouté ni les chaînes, ni les prisons, ni l'exil, ni la morsure des bêtes, ni les supplices raffinés de cruels persécuteurs. Dans le monde entier, c'est pour cette foi que non seulement des hommes, mais des femmes, et aussi de jeunes enfants et de frêles jeunes filles ont combattu jusqu'à répandre leur sang. Cette foi a chassé des démons, écarté des maladies, ressuscité des morts.

Les saints Apôtres eux-mêmes, fortifiés par tant de miracles, instruits par tant de discours, avaient cependant été terrifiés par la cruelle passion du Seigneur et n'avaient pas admis sans hésitation la réalité de sa résurrection. Mais son Ascension leur fit accomplir de tels progrès que tout ce qui, auparavant, leur avait inspiré de la crainte, les rendait joyeux. Ils avaient dirigé leur contemplation vers la divinité de celui qui avait pris place à la droite du Père. La vue de son corps ne pouvait plus les entraver ni les empêcher de considérer, par la fine pointe de leur esprit, qu'en descendant vers nous et qu'en montant vers le Père, il ne s'était pas éloigné de ses disciples.

C'est alors, mes bien-aimés, que ce Fils d'homme fut connu, de façon plus haute et plus sainte, comme le Fils de Dieu. Lorsqu'il eut fait retour dans la gloire de son Père, il commença d'une manière mystérieuse, à être plus présent par sa divinité, alors qu'il était plus éloigné quant à son humanité.

C'est alors que la foi mieux instruite se rapprocha, par une démarche spirituelle, du Fils égal au Père ; elle n'avait plus besoin de toucher dans le Christ cette substance corporelle par laquelle il est inférieur au Père. Le corps glorifié gardait sa nature, mais la foi des croyants était appelée à toucher, non d'une main charnelle mais d'une intelligence spirituelle, le Fils unique égal à celui qui l'engendre.

[AELF] Lectures du jour

Lectures de la messe

1ère lecture : Les Juifs de Corinthe font comparaître Paul devant le proconsul ( Ac 18, 9-18 )


Lecture du livre des Actes des Apôtres

À Corinthe, une nuit, Paul eut une vision ; le Seigneur lui disait :
« Sois sans crainte, continue à parler, ne reste pas muet. Je suis avec toi, et personne n'essaiera de te maltraiter, car dans cette ville j'ai à moi un peuple nombreux. »

Paul demeura un an et demi à Corinthe ; il enseignait aux gens la parole de Dieu.
Pendant que Gallion était proconsul en Grèce, les Juifs tous ensemble se soulevèrent contre Paul et le conduisirent au tribunal en disant : « Le culte de Dieu auquel cet individu veut amener les gens est contraire à la Loi. »
Au moment où Paul allait ouvrir la bouche, Gallion déclara aux Juifs : « S'il s'agissait d'un délit ou d'un méfait grave, je recevrais votre plainte comme il se doit ; mais puisqu'il s'agit de discussions concernant la doctrine, les appellations et la Loi qui vous sont propres, cela vous regarde. Moi, je ne veux pas être juge de ces affaires. »
Et il les renvoya du tribunal.
Alors, ils se saisirent tous de Sosthène, le chef de la synagogue, et se mirent à le frapper devant le tribunal, tandis que Gallion demeurait indifférent.
Paul resta encore un certain temps à Corinthe, puis il fit ses adieux aux frères et prit le bateau pour la Syrie ; il emmenait Priscille et Aquila ; à Cencrées, il s'était fait raser la tête, car le vœu qui le lui interdisait venait d'expirer.

Psaume : ( Ps 46, 2-3, 4-5, 6-7 )


R/ Le Roi de l'univers, c'est Dieu !

Tous les peuples, battez des mains,
acclamez Dieu par vos cris de joie !
Car le Seigneur est le Très-Haut, le redoutable,
le grand roi sur toute la terre.

C'est lui qui nous soumet des nations,
qui tient des peuples sous nos pieds ;
 
il choisit pour nous l'héritage,
fierté de Jacob, son bien-aimé.
 

Dieu s'élève parmi les ovations,
le Seigneur, aux éclats du cor.
 
Sonnez pour notre Dieu, sonnez,
sonnez pour notre roi, sonnez !

Evangile : Discours de la Cène : la tristesse des disciples sera changée en joie ( Jn 16, 20-23a )


Acclamation : Alléluia. Alléluia. Le Christ devait souffrir et ressusciter d'entre les morts pour entrer dans la gloire. Alléluia. (cf. Lc 24, 46)

Évangile de Jésus Christ selon saint Jean

À l'heure où Jésus passait de ce monde à son Père, il disait à ses disciples : « Amen, amen, je vous le dis : vous allez pleurer et vous lamenter, tandis que le monde se réjouira. Vous serez dans la peine, mais votre peine se changera en joie.
La femme qui enfante est dans la peine parce que son heure est arrivée. Mais, quand l'enfant est né, elle ne se souvient plus de son angoisse, dans la joie qu'elle éprouve du fait qu'un être humain est né dans le monde.
Vous aussi, maintenant, vous êtes dans la peine, mais je vous reverrai, et votre cœur se réjouira ; et votre joie, personne ne vous l'enlèvera.
En ce jour-là, vous n'aurez plus à m'interroger.   »

30 mai 2014
Vendredi, 6ème Semaine du Temps Pascal
blanc de la férie

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jeudi 29 mai 2014

Ascension de Notre-Seigneur - Homélie du Très Révérend Père Dom Jean Pateau

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ASCENSION

Homélie du Très Révérend Père Dom Jean Pateau,

Abbé de Notre-Dame de Fontgombault

(Fontgombault, le 29 mai 2014)

 

 

 

Prædicate Evangelium omni creaturæ

 


Annoncez l'Évangile à toutes les créatures. (Mc 16,15)

 

 

Chers Frères et Sœurs, Mes très chers Fils,

 


La finale de l'Évangile de saint Marc, choisie par l'Église comme lecture pour la Messe de l'Ascension, rapporte l'envoi en mission des onze Apôtres.

Le séjour terrestre de Jésus touche à sa fin. La mission visible du Fils de Dieu incarné est arrivée à son terme. C'est au tour des Apôtres d'annoncer désormais la Bonne Nouvelle de Jésus-Christ, l'Évangile, et de l'annoncer à toutes les créatures.

 


Pour les Apôtres s'ouvre une grande neuvaine qui se clôturera par l'effusion du Saint-Esprit au matin de la fête de la Pentecôte. Durant ces jours, les Apôtres ne devront pas s'éloigner de Jérusalem, mais attendre la visite du Paraclet, celui qui a été promis par le Père (cf. Ac 1,4). Il viendra illuminer et réchauffer des cœurs et des âmes encore bien tièdes. Jésus n'est pas sans savoir les limites de ceux à qui il confie l'évangélisation du monde. L'envoi en mission des Apôtres est précédé d'un reproche de Jésus visant ses disciples pour « leur incrédulité et la dureté de leur cœur, parce qu'ils n'avaient pas cru ceux qui l'avaient vu ressuscité. » (Mc 16,14)

 


Les paroles de Jésus sont-elles encore actuelles ?

 


En ce jour, Jésus envoie encore en mission. Il nous envoie en mission.Tournons-nous vers le Père et demandons sur ceux qui sont devenus des chrétiens adultes, par l'onction de saint Chrême reçue lors du sacrement de Confirmation, une infusion renouvelée de l'Esprit-Saint et de ses dons, afin qu'à l'instar des Apôtres nous redevenions d'authentiques témoins du Christ.


Une terre de mission s'offre à nous : Omni creaturæ : toutes créatures.

 


Annoncer le Christ ce n'est pas emprisonner l'homme sous un carcan de préceptes mais le libérer de l'asservissement à ses passions. Il a fallu plus de trois siècles pour que les sociétés de l'Antiquité comprennent l'extraordinaire grâce qu'est la visite de Dieu pour l'homme.


Aujourd'hui le même chemin doit être parcouru. Il commence par notre propre conversion. Sommes-nous convaincus que choisir le Christ, c'est faire le bon choix ? Avons-nous donc choisi réellement le Christ ? Croyons-nous enfin qu'annoncer le Christ, c'est servir son prochain ?


Le monde actuel est un monde de dictatures : dictature d'un seul, dictature des plus puissants, dictature d'une majorité.

 

Saint Thomas d'Aquin a donné un critère éminent de discernement politique : le bien commun. Les différents régimes de dictatures sont mauvais en tant qu'ils se proposent de promouvoir le bien d'une partie des membres du groupe. Un bon régime politique se doit de discerner et de promouvoir le bien commun de tous les membres du groupe.


Il est difficile de discerner dans la vie politique actuelle une volonté de promotion du bien commun.

 

Le but de la loi est plutôt d'encadrer un maximum de permissivité, offrant ainsi à chacun d'assouvir tranquillement ses passions, tout en recherchant un minimum de conséquence sur autrui ; ce qui permet d'éviter un trop grand nombre de mécontents. Une nouvelle humanité se construit laissant sur le bord de la route les êtres gênants ou encombrants : les enfants non désirés ou handicapés, les personnes âgées, les ratés de la société où prennent place tant de jeunes qui ne trouveront de réponse à leur misère que dans l'alcool, la drogue ou le suicide. La société, sûre de son bon droit, se bornera à constater le fait dans des statistiques sans âme, cachant derrière l'anonymat du chiffre ceux qui sont ses propres victimes et dont il ne faut pas parler.


Alors que les sociétés délaissent l'homme, l'homme ne devrait-il pas délaisser ces sociétés et choisir à nouveau l'homme et son bien. Annoncez l'Évangile à toute créature ! Voilà la réponse du Christ.


Les Apôtres auprès du Seigneur sont onze. C'est peu. Les disciples de Jésus représentaient quelques centaines de personnes tout au plus. Ce n'est pas beaucoup pour un Empire romain qui s'étend sur tout le bassin méditerranéen. Pourtant avec l'aide du Saint-Esprit, dans l'obéissance à l'ordre de mission reçu du Christ, les Apôtres entreprennent l'annonce de la Bonne Nouvelle qui sera accompagnée et confirmée par les signes accordés par le Seigneur.


Le monde moderne n'est pas si différent de l'Empire romain décadent, tout particulièrement au plan de la morale et de la famille. Refuser tout repère authentique à l'enfant ou à l'adolescent a été, est, et sera l'arme de tous les dictateurs. En face de ceux-ci le chrétien doit être un contre-révolutionnaire en tant qu'il refuse de se laisser étourdir par le foisonnement artificiel des idées, mais qu'il les brise contre le Christ et contre la réalité, afin de voir de quel bois elles sont faites.


Comment écouter encore les chantres du relativisme, qui accueillent avec émerveillement toute sottise dont le seul mérite est d'être en contradiction avec les usages hérités de tant de siècles de christianisme et ayant fait leur preuve, et qui condamnent au silence, avec la plus grande sévérité, ceux qui se font les apôtres de ce qu'on appelait encore hier la vérité ou les fondements de la société.


Il n'y a plus de vérité, plus de certitude, disent-ils... Mensonge, il y a l'Évangile. « Annoncez l'Évangile à toutes les créatures » demande Jésus à ses disciples.

Les jeunes, les hommes et les femmes, toutes créatures ont un droit à la vérité. Ils ont le droit de connaître Dieu.

 


Aurons-nous le courage de répondre à leur attente? Rejoignons en ces jours les Apôtres au Cénacle. Unissons-nous à leurs prières et demandons les uns pour les autres la grâce de l'Esprit-Saint. Jésus ne manquera pas de nous exaucer. Puisse-t- il ne pas avoir à reprocher un jour notre tiédeur et notre incrédulité.


Que Marie, la femme qui a cru, accompagne ses enfants sur la route.

 

Soyons apôtres, soyons les témoins courageux, jusqu'aux extrémités de la terre, de Celui en qui nous croyons.


Amen, Alleluia.

 

Jueves de la Sexta Semana de Pascua. Comentario al Evangelio por San Agustín de Hipona

«Volveré a veros y se alegrará vuestro corazón»

El Señor dijo: «Dentro de poco ya no me veréis; dentro de otro poco, me veréis» (Jn 16,16). Eso que él llama un poco, es todo el espacio de nuestro tiempo actual, eso que el evangelista Juan dice en su carta: «Es la última hora» (1Jn 2,18). Esta promesa... va dirigida a toda la Iglesia, como también esta otra promesa: «Sabed que yo estoy con vosotros todos los días, hasta el fin del mundo» (Mt 28,20). El Señor no podía retrasar su promesa: dentro de poco tiempo y le veremos y ya no tendremos nada que pedirle, ninguna pregunta para hacerle porque ya todos nuestros deseos se verán satisfechos, y yo no buscaremos más.

Este poco tiempo nos parece largo porque todavía está discurriendo; cuando habrá terminado, entonces nos daremos cuenta de cuán corto ha sido. Que nuestro gozo sea diferente del que tiene el mundo de quien se dice: «El mundo se alegrará». En este tiempo en que crece nuestro deseo, no estemos sin gozo, sino tal como dice el apóstol Pablo: «Con la alegría de la esperanza; constantes en la tribulación» (Rm 12,12). Porque la mujer, cuando va a dar a luz, a la cual el Señor nos compara, siente tanto gozo por el hijo que va a parir que no se entristece por su sufrimiento.

Sermones sobre el Evangelio de san Juan


Récital de chants Grégoriens

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Dimanche 1er Juin 2014 à 16h00

Cathédrale de Noyon

"HEURE GRÉGORIENNE"

Récital de Chants Grégoriens

par le Révérend Père Michel Mallet

Prier sur de la Beauté... (S.Pie X)

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Le Mystère du Christ crucifié et glorifié (1)

Préfiguratións du mystère de la Croix

"Terme et sommet de la vie terrestre de Jésus, le sacrifice de la Croix est son ouvre par excellence, celle où il glorifie le Père d'une manière unique : «Maintenant le Fils de l'homme a été glorifié et Dieu a été glorifié en lui». Necessairement, ce sacrifice représente aussi l'ouvre par excellence du guvernement de Dieu sur la terre, de l'humanité mue par Dieu; l'ouvre où la justice divine et sa miséricorde, réalisant toutes leurs virtualités, éclatent avec une nouvelle et totale splendeur.

Pour saisir toute la richesse et toute la splendeur divines du sacrifice de la Croix, il faudrait voir comment, d'une part ce sommet du gouvernement divin à l'égard des hommes cheminant sur terre achève toute l'histoire d'Israël envisagée comme une grande montée ver le Calvaire, la Pâque par excellence, et comment d'autre part il éclaire toute la vie de l'Église engendrée à la Croix, véritable extension et communication à travers le temps et l'espace de ce mystère du don du Fils bien aimé aux hommes. Et de même que l'Histoire sainte du peuple d'Israël apparaît comme l'abrégé synthétique et parfait de la régence de Dieu sur le monde avant l'avènement de son Fils -Israël est le premier-né-, de même aussi la vie de l'Église récapitule en elle, de la façon la plus explicite et la plus parfaite, la conduite de Dieu sur l'univers depuis le mystère de la Croix.

[...] l'Histoire sainte est comme ponctuée par des sacrifices types, préfigurant le sacrifice unique, celui de la Croix, puis nous relèverons d'une manière encore plus rapide les grandes prophéties qui annoncent le mystère.

Les sacrifices de l'Ancien Testament semblent en effet marquer les moments privilégiés de la conduite de Dieu à l'égard de son peuple. Ils apparaissent comme des points de rencontre, avec Dieu lui même, de certains hommes spécialement élus par lui, et sont à l'origine d'alliances mystérieuses entre l'humanité et le Très-Haut. Ces alliances constituent la fruit immédiate de ces sacrifices qui, mettant l'homme dans un état d'entière soumission à son  Dieu, permettent au Seigneur tout-puissant d'exercer sur sa créature une miséricorde toute nouvelle et surabondante".

Philippe, Marie-Dominique: "Le Mystère du Christ crucifié et glorifié"; Jubilé, France, p. 23-24.

La Ascensión del Señor aumenta nuestra fe

San León Magno
Sermón sobre la Ascensión del Señor2,1-4
Así como en la solemnidad de Pascua la resurrección del Señor fue para nosotros causa de alegría, así también ahora su ascensión al cielo nos es un nuevo motivo de gozo, al recordar y celebrar litúrgicamente el día en que la pequeñez de nuestra naturaleza fue elevada, en Cristo, por encima de todos los ejércitos celestiales, de todas las categorías de ángeles, de toda la sublimidad de las potestades, hasta compartir el trono de Dios Padre. Hemos sido establecidos y edificados por este modo de obrar divino, para que la gracia de Dios se manifestara más admirablemente, y así, a pesar de haber sido apartada de la vista de los hombres la presencia visible del Señor, por la cual se alimentaba el respeto de ellos hacia él, la fe se mantuviera firme, la esperanza inconmovible y el amor encendido. 
En esto consiste, en efecto, el vigor de los espíritus verdaderamente grandes, esto es lo que realiza la luz de la fe en las almas verdaderamente fieles: creer sin vacilación lo que no ven nuestros ojos, tener fijo el deseo en lo que no puede alcanzar nuestra mirada. ¿Cómo podría nacer esta piedad en nuestros corazones, o cómo podríamos ser justificados por la fe, si nuestra salvación consistiera tan sólo en lo que nos es dado ver? 
Así, todas las cosas referentes a nuestro Redentor, que antes eran visible, han pasado a ser ritos sacramentales; y, para que nuestra fe fuese más firme y valiosa, la visión ha sido sustituida por la instrucción, de modo que, en adelante, nuestros corazones, iluminados por la luz celestial, deben apoyarse en esta instrucción. 
Esta fe, aumentada por la ascensión del Señor y fortalecida con el don del Espíritu Santo, ya no se amilana por las cadenas, la cárcel, el destierro, el hambre, el fuego, las fieras ni los refinados tormentos de los crueles perseguidores. Hombres y mujeres, niños y frágiles doncellas han luchado, en todo el mundo, por esta fe, hasta derramar su sangre. Esta fe ahuyenta a los demonios, aleja las enfermedades, resucita a los muertos. 
Por esto los mismos apóstoles, que, a pesar de los milagros que habían contemplado y de las enseñanzas que habían recibido, se acobardaron ante las atrocidades de la pasión del Señor y se mostraron reacios a admitir el hecho de su resurrección, recibieron un progreso espiritual tan grande de la ascensión del Señor, que todo que antes era motivo de temor se les convirtió en motivo de gozo. Es que su espíritu estaba ahora totalmente elevado por la contemplación de la divinidad, sentada a la derecha del Padre; y al no ver el cuerpo del Señor podían comprender con mayor claridad que aquél no había dejado al Padre, al bajar a la tierra, ni había abandonado a sus discípulos, al subir al cielo. 
Entonces, amadísimos hermanos, el Hijo del hombre se mostró, de un modo más excelente y sagrado, como Hijo de Dios, al ser recibido en la gloria de la majestad del Padre, y, al alejarse de nosotros por su humanidad, comenzó a estar presente entre nosotros de un modo nuevo e inefable por su divinidad. 
Entonces nuestra fe comenzó a adquirir un mayor y progresivo conocimiento de la igualdad del Hijo con el Padre, y a no necesitar de la presencia palpable de la substancia corpórea de Cristo, según la cual es inferior al Padre; pues, subsistiendo la naturaleza del cuerpo glorificado por Cristo, la fe de los creyentes es llamada allí donde podrá tocar al Hijo único, igual al Padre, no ya con la mano, sino mediante el conocimiento espiritual.

SERMON DE SAINT AUGUSTIN POUR L'ASCENSION

« Dieu nous a fait régner aux cieux, dans le Christ Jésus »

Aujourd'hui notre Seigneur Jésus Christ monte au ciel ; que notre cœur y monte avec lui.

Écoutons ce que nous dit l'Apôtre : Vous êtes ressuscités, avec le Christ. Recherchez donc les réalités d'en haut : c'est là qu'est le Christ, assis à la droite de Dieu. Le but de votre vie est en haut, et non pas sur la terre. De même que lui est monté, mais sans s'éloigner de nous, de même sommes-nous déjà là-haut avec lui, et pourtant ce qu'il nous a promis ne s'est pas encore réalisé dans notre corps.

Il a déjà été élevé au-dessus des cieux ; cependant il souffre sur la terre toutes les peines que nous ressentons, nous ses membres. Il a rendu témoignage à cette vérité lorsqu'il a crié du haut du ciel : Saul, Saul, pourquoi me persécuter ? Et il avait dit aussi : J'avais faim, et vous avez donné à manger.

Pourquoi ne travaillons-nous pas, nous aussi, sur la terre, de telle sorte que par la foi, l'espérance, la charité, grâce auxquelles nous nous relions à lui, nous reposerions déjà maintenant avec lui, dans le ciel ? Lui, alors qu'il est là-bas, est aussi avec nous ; et nous, alors que nous sommes ici, sommes aussi avec lui. Lui fait cela par sa divinité, sa puissance, son amour; et nous, si nous ne pouvons pas le faire comme lui par la divinité, nous le pouvons cependant par l'amour, mais en lui.

Lui ne s'est pas éloigné du ciel lorsqu'il en est descendu pour venir vers nous ; et il ne s'est pas éloigné de nous lorsqu'il est monté pour revenir au ciel. Il était là-haut, tout en étant ici-bas ; lui-même en témoigne : Nul n'est monté au ciel, sinon celui qui est descendu du ciel, le Fils de l'homme, qui est au ciel. ~

Il a parlé ainsi en raison de l'unité qui existe entre lui et nous : il est notre tête, et nous sommes son corps. Cela ne s'applique à personne sinon à lui, parce que nous sommes lui, en tant qu'il est Fils de l'homme à cause de nous, et que nous sommes fils de Dieu à cause de lui.

C'est bien pourquoi saint Paul affirme : Notre corps forme un tout, il a pourtant plusieurs membres ; et tous les membres, bien qu'étant plusieurs, ne forment qu'un seul corps. De même en est-il pour le Christ. Il ne dit pas : le Christ est ainsi en lui-même, mais il dit : De même en est-il pour le Christ à l'égard de son corps. Le Christ, c'est donc beaucoup de membres en un seul corps.

Il est descendu du ciel par miséricorde, et lui seul y est monté, mais par la grâce nous aussi sommes montés en sa personne. De ce fait, le Christ seul est descendu, et le Christ seul est monté ; non que la dignité de la tête se répande indifféremment dans le corps, mais l'unité du corps ne lui permet pas de se séparer de la tête.

[AELF] Lectures du jour

Lectures de la messe

1ère lecture : L'Ascension du Seigneur ( Ac 1, 1-11 )


Commencement du livre des Actes des Apôtres

Mon cher Théophile, dans mon premier livre j'ai parlé de tout ce que Jésus a fait et enseigné depuis le commencement, jusqu'au jour où il fut enlevé au ciel après avoir, dans l'Esprit Saint, donné ses instructions aux Apôtres qu'il avait choisis.
C'est à eux qu'il s'était montré vivant après sa Passion : il leur en avait donné bien des preuves, puisque, pendant quarante jours, il leur était apparu, et leur avait parlé du royaume de Dieu.

Au cours d'un repas qu'il prenait avec eux, il leur donna l'ordre de ne pas quitter Jérusalem, mais d'y attendre ce que le Père avait promis. Il leur disait : « C'est la promesse que vous avez entendue de ma bouche. Jean a baptisé avec de l'eau ; mais vous, c'est dans l'Esprit Saint que vous serez baptisés d'ici quelques jours. »
Réunis autour de lui, les Apôtres lui demandaient : « Seigneur, est-ce maintenant que tu vas rétablir la royauté en Israël ? »
Jésus leur répondit : « Il ne vous appartient pas de connaître les délais et les dates que le Père a fixés dans sa liberté souveraine.
Mais vous allez recevoir une force, celle du Saint-Esprit, qui viendra sur vous. Alors vous serez mes témoins à Jérusalem, dans toute la Judée et la Samarie, et jusqu'aux extrémités de la terre. »

Après ces paroles, ils le virent s'élever et disparaître à leurs yeux dans une nuée.
Et comme ils fixaient encore le ciel où Jésus s'en allait, voici que deux hommes en vêtements blancs se tenaient devant eux et disaient :
« Galiléens, pourquoi restez-vous là à regarder vers le ciel ? Jésus, qui a été enlevé du milieu de vous, reviendra de la même manière que vous l'avez vu s'en aller vers le ciel. »

Psaume : ( Ps 46, 2-3, 6-7, 8-9 )


R/ Dieu monte parmi l'acclamation, le Seigneur aux éclats du cor.

Tous les peuples, battez des mains,
acclamez Dieu par vos cris de joie !
Car le Seigneur est le Très-Haut, le redoutable,
le grand roi sur toute la terre.

Dieu s'élève parmi les ovations,
le Seigneur, aux éclats du cor.
 
Sonnez pour notre Dieu, sonnez,
sonnez pour notre roi, sonnez !
 

Car Dieu est le roi de la terre :
que vos musiques l'annoncent !
 
Il règne, Dieu, sur les païens,
Dieu est assis sur son trône sacré.

2ème lecture : Domination universelle du Christ assis à la droite du Père ( Ep 1, 17-23 )


Lecture de la lettre de saint Paul Apôtre aux Éphésiens

Frères,
que le Dieu de notre Seigneur Jésus Christ, le Père dans sa gloire, vous donne un esprit de sagesse pour le découvrir et le connaître vraiment.
Qu'il ouvre votre cœur à sa lumière, pour vous faire comprendre l'espérance que donne son appel, la gloire sans prix de l'héritage que vous partagez avec les fidèles, et la puissance infinie qu'il déploie pour nous, les croyants. C'est la force même, le pouvoir, la vigueur, qu'il a mis en œuvre dans le Christ quand il l'a ressuscité d'entre les morts et qu'il l'a fait asseoir à sa droite dans les cieux.
Il l'a établi au-dessus de toutes les puissances et de tous les êtres qui nous dominent, quel que soit leur nom, aussi bien dans le monde présent que dans le monde à venir.
Il lui a tout soumis et, le plaçant plus haut que tout, il a fait de lui la tête de l'Église qui est son corps, et l'Église est l'accomplissement total du Christ, lui que Dieu comble totalement de sa plénitude.

Evangile : « Allez vers toutes les nations...je suis avec vous » ( Mt 28, 16-20 )


Acclamation : Alléluia. Alléluia. Le Seigneur s'élève parmi l'acclamation, il s'élève au plus haut des cieux. Alléluia. (cf. Ps 46, 6.10)

Évangile de Jésus Christ selon saint Matthieu

Les onze disciples s'en allèrent en Galilée, à la montagne où Jésus leur avait ordonné de se rendre.
Quand ils le virent, ils se prosternèrent, mais certains eurent des doutes.
Jésus s'approcha d'eux et leur adressa ces paroles : « Tout pouvoir m'a été donné au ciel et sur la terre. Allez donc ! De toutes les nations faites des disciples, baptisez-les au nom du Père, et du Fils, et du Saint-Esprit ; et apprenez-leur à garder tous les commandements que je vous ai donnés. Et moi, je suis avec vous tous les jours jusqu'à la fin du monde. »

29 mai 2014
Jeudi,
blanc Ascension
Solennité du Seigneur

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mercredi 28 mai 2014

El modernismo (11)

1) La encíclica Vehementer Nos (1906)

"Fue con motivo de un enfrentamiento entre la Iglesia y el gobierno republicano francés en torno al tema de las relaciones entre la Iglesia y el Estado".

"Los masones fueron llevando adelante una serie de medidas hábilmente proyectadas en cadena, de las que León XIII fue testigo presencial. La fase final del conflicto quedó reservada para el pontificado de Pío X".

"No se niega, pues, la justa separación de ambos poderes dentro de sus esferas jurisdiccionales respectivas, sino la pretensión del Estado de poder ignorar el orden sobrenatural, desconociendo tanto el carácter divino como los derechos de la Iglesia fundada por Cristo".

"[...] la última decisión del Gobierno se ubica en una serie de medidas tomadas contra la Iglesia a partir de la revolución francesa. Ya se había atentado contra la indisolubilidad del matrimonio, se había secularizado hospitales y colegios, se había despojado de sus bienes a Congregaciones religiosas, se había retirado todos los signos que tuviesen un significado religioso en los tribunales, las escuelas, el ejército".

"Tras esta constatación de índole histórica, el papa condena la tesis de la separación de la Iglesia y el Estado". [...] cuando el Estado se comporta así no hace sino negar el orden sobrenatural, limitando la acción del Estado a la pura inmanencia, en total despreocupación del fin último del ciudadano a él confiado, que es la vida eterna. [...] Aquella tésis de separación, agrega, niega el orden establecido por Dios, que exige una verdadera concordia entre las dos sociedades, la civil y la religiosa, ya que ambas ejercen su autoridad sobre las mismas personas. [...] La relación entre la Iglesia y el Estado es comparable a la que se da en el hombre entre el alma y el cuerpo".

León XIII les dice a los laicos, desde está encíclica, las siguientes palabras: «Conocéis muy bien el fin que se han propuesto las sectas impías que os hacen doblar la cerviz bajo su yugo, porque ellas mismas lo han declarado con cínica audacia: borrar el catolicismo de Francia. Quieren arrancar radicalmente de vuestros corazones la fe que colmó de gloria a vuestros padres, la fe que ha hecho a vuestra patria próspera y grande entre las naciones".

Sáenz, Alfredo: "El modernismo"; Glaudius, Buenos Aires, pág. 189-194.